La ventisettesima ora | Blog femminile | Corriere .it

2023-02-05 17:05:08 By : Mr. Allen Liu

Nella testa un pensiero comune: «Quella donna potevo essere io». Molte madri che hanno letto la storia del neonato soffocato nel letto all’ospedale Pertini di Roma, hanno provato un sentimento simile nei confronti della neo-mamma al centro di questa terribile tragedia: solidarietà . Sul web, nelle chat, si condividono i ricordi non sempre belli dei post parto. Momenti idealizzati che spesso si tramutano in settimane di solitudine e spaesamento.

Raccontateci le vostre storie utilizzando il form qui sotto . Gli interventi più significativi saranno pubblicati sulla 27esimaOra.

La prima ostetrica della mia vita era bionda come me, tosta come me e senza figli. Cosa che a me piaceva, nessun giudizio anzi. Le avrei dato la mia fiducia totale proprio per quella sua laicità. E invece. Il giudizio era suo. Il fatto che manifestassi apertamente di ambire all’epidurale non lo tollerava. Non ero portata a partorire, diceva, non ero portata a fare la mamma, diceva. Risvegliando così una certezza che io sentivo (pensavo di sentire?) profondamente dentro di me. Ho iniziato a difendermi lì. Di fronte all’ipocrisia del parto all’italiana. Alla fine, niente epidurale causa una fortissima piastrinopenia. La mistica dell’ostetrica maga madre io non l’avevo e quindi nessuna suggestione reciproca. Il mio parto è durato poche ore, le mie acque si rompono e sono contaminate dal meconio. Arrivo in ospedale che mi fanno immediatamente l’ossitocina. Fino a un certo punto tutto «bene». Poi il battito di Leone, allora non si chiamava ancora così, si abbassa. La stanza si riempie di gente. A un certo punto una mi chiede: «Vuoi un aiuto?». Certo. Mi salta sopra. Ma questa non è la cosa peggiore. Mi tagliano, episiotomia necessaria. Da lì in avanti posso e devo solo ringraziare me stessa: io che non ho ceduto alle pressioni continue rispetto a tutto, al latte, al tenere il bambino addosso sempre, al farmi mortificare, al farmi sentire inadeguata per ogni cosa ogni richiesta: «Posso avere un antidolorifico?». No, no, no. Tutto no. E invece io proprio non potevo pensare di stare da sola, senza neppure riuscire a sedermi (per dieci giorni non ci sono riuscita). Mi sono imposta e sono riuscita far fermare Luca la prima notte con me, con noi. Mi hanno talmente angosciata con sto latte che non montava e che non veniva «Non hai voglia mamma, si vede. Non ti va proprio eh?» che mi sono fermata una notte in più strisciando, con le gambe e con la dignità, al nido per «imparare». Il giorno che me ne sono andata la capo ostetrica mi congeda con: «Tanto non ce la farai mai ad allattare». E io: «Mi dia del lei». E in effetti non ci sono riuscita. Forse anche perché Leone aveva il frenulo corto, cortissimo, sotto la lingua. Non glielo vollero tagliare alla nascita dicendo che si scioglieva da solo. Abbiamo dovuto intervenire a otto mesi. Mi ha salvata mia madre quando, da madre, mi ha guardato e mi ha detto dagli il biberon non crolla il mondo, non crolli tu. Francesca Angeleri

Sono stata ricoverata perché scaduto il tempo avevo poco liquido amniotico. Hanno iniziato le manovre di induzione al parto, che sono anche dolorose, andate avanti per cinque giorni. Di solito vengono avviate nel tardo pomeriggio perché per questioni ormonali i travagli partono più facilmente di notte. Ho trascorso cinque notti a camminare su e giù per il reparto e a fare le scale come mi suggerivano. Cinque notti di falsi travagli in cui non ho dormito. Il quinto giorno mi hanno indotto le contrazioni con l’ossitocina. Dopo 13 ore di travaglio non avevo dilatazione, mia figlia è andata in sofferenza e mi è stato praticato un cesareo d’urgenza. Mia figlia non avrebbe mai potuto farcela naturalmente perché aveva il cordone ombelicale girato intorno alla testa e nessuno se ne era accorto. Nel tirarla fuori in fretta le è stato pinzato, con ciò che ne deriva. Abbiamo fatto mesi di follow up alla bambina perché sembrava che questa evenienza le avesse causato la sordità e un problema al cuore (non è stato così). Siamo state ricoverate per altri cinque giorni e dopo un primo giorno in cui hanno tenuto la bambina al nido perché non riuscivo nemmeno a tirarmi su sul letto dopo il cesareo, me l’hanno portata in camera e non c’è stato verso di farla tenere un giorno in più nella nursey. Una notte chiamai una puericultrice chiedendole di aiutarmi a prendere la bambina dalla culla per allattarla perché io non riuscivo a sollevarmi, non avevo forze e dolore lancinanti. Mi rispose: «Signora, che cosa si credeva? La maternità è questo: è sacrificio». Sarah Malnerich, coautrice con Francesca Fiore del blog Mammadimerda

Ospedale, dicembre 2016. Tanti parti nella stessa giornata io che ho rotto le acque alle 4 di mattina a casa, vado in ospedale. Da lì ,oltre il primo controllo, lasciata sola dalle ostetriche assieme a mio marito. Va tutto bene e Alessandro nasce sano e forte. Da subito non si attacca bene al seno quindi chiedo l’aggiunta di latte ...ma non me la danno. La montata non parte e mi prendono il seno per darlo in bocca ad Alessandro. Lui ciuccia poco e ha fame. Piange. Litigare per dare l’aggiunta . Ci trasferiscono in ginecologia per mancanza di posti. Ascensore freddo. Se non allatti non sei una brava mamma. Lasciata sola

A me è successo la prima notte dopo il parto. Ero sveglia da quasi 48 ore, quando stremata mi sono addormentata col bambino nel letto. Improvvisamente nel cuore della notte vengo svegliata dall’infermiera che inveisce contro di me e mi dice che sto schiacciando mio figlio sotto la mia spalla. Ovviamente non era vero, il mio sonno era leggero, per tutte quelle ore avevo sentito fisicamente mio figlio attaccato alla mia spalla. Sarei potuta crollare in un sonno profondo, forse, ma non credo, in reparto le luci erano accese nei corridoi e le infermiere entravano spesso in camera. Anche il mio travaglio è stato lungo: 19 ore, senza bere né mangiare, perché rimettevo tutto per via delle contrazioni. Ero stanca e anche io avevo chiesto di poter lasciare il bambino alla nursery, ma non era possibile, il mio non aveva problemi. Mi è andata bene.

Poteva succedere a me sì, al secondo giorno dal cesareo mio figlio stava poco bene, così decisero di tenerlo in osservazione al nido per tutta la notte, mandarono mia mamma a casa, all’ 1.30 di notte mi portarono il bambino dicendo che stava piangendo e che voleva stare con me, dissi all’infermiere di turno che non riuscivo a stare in piedi. Sapete la risposta che mi fu data? «Hai voluto la bicicletta ... ».》 Mi passai tutta la notte seduta al letto... poteva succedere il peggio.

Sai qual è il problema più grande? Che ho pensato che quella ragazza potevo essere tranquillamente io. Partorito a gennaio 2022. Ho fatto 36 ore di travaglio con parto indotto (acque rotte e zero dilatazione), 36 lunghissime ore estenuanti di cui mi ricordo il dolore lancinante delle contrazioni indotte, un inferno, 36 ore in cui mi hanno lasciata completamente a digiuno. La mia vita è nata alle 20.38 pieno di capelli e una pelle di velluto che profumava d’amore. Due ore con me e il papà e poi via alle visite. Me lo hanno portato in camera all’una di notte passata. Il mattino seguente mio marito risulta positivo al Covid (preso lì in ospedale). Sono stata lasciata completamente sola in una stanza con il bimbo perché considerata contatto stretto a un positivo. Ho sofferto di anemia gravidica e ho perso tanto sangue durante il parto. Mi ricordo che ero esausta in piedi a consolare mio figlio che piangeva e a un certo punto vedevo sfocato, non avevo l’equilibrio. Ho supplicato una flebo di ferro che non è mai arrivata. Ho chiesto aiuto chiamando a casa i miei genitori.. giuro, non vedevo più. Mia madre è riuscita a farmi arrivare una quantità di carne e lenticchie per un reggimento per aiutarmi a stare un po’ su visto che mi passavano solo minestrine e non l’hanno fatta salire in camera con me. Ho pensato seriamente che non sarei più uscita da quella stanza con mio figlio. Ma ho lottato. Mi è uscita fuori una forza che ha sorpreso anche me, sono sincera. Sono uscita da quell’incubo 72 ore dopo accompagnata a casa da una autoambulanza (perché sono risultata anche io poi positiva al Covid) con in braccio mio figlio che tenevo stretto stretto a me. Ho lottato e poi sono crollata. Anche mio figlio poi è risultato positivo e ho conosciuto subito la terapia intensiva Neonatale. Ma questa è un’altra storia finita, ringraziando Dio, a lieto fine. Il mio travaglio, il mio parto, il mio post parto è stato letteralmente un incubo. Io che sognavo la famiglia numerosa, dentro di me ho il terrore ormai di restare di nuovo incinta per non rivivere questo incubo. Si è affacciata la depressione post parto che non auguro a nessuna di noi. Ma ho lottato e mi sono fatta aiutare, finalmente uscita dall’ospedale ho potuto chiedere aiuto anche per me stessa. È questo il problema. Quella ragazza potevo essere anche io. Poteva essere chiunque e la notizia non mi ha sorpresa ho pensato d’istinto: «Ecco, è successo».

Dodici anni fa, ospedale di Roma.Primo figlio. A 40 settimane e 3 giorni vengo ricoverata e mi viene indotto il parto con l’ossitocina. Il bambino non era incanalato e ho passato 21 ore in travaglio,senza epidurale,con un via vai di ostetriche che al cambio turno infilavano una mano per sentire a che punto ero.Alla fine,stremata e spaventata ho iniziato a gridare che me ne sarei andata e finalmente si è optato per un cesareo in urgenza.Un’infermiera senza troppi complimenti mi ha depilata con una lametta con la stessa grazia con cui si lucidano le scarpe.Le contrazioni erano talmente forti che l’anestesista ha faticato a praticare la spinale perché non riuscivo a stare ferma. Mi sono sentita violata,abbandonata e terribilmente spaventata.E sapere di non essere l’unica ad aver provato questo tipo di esperienza mi fa stare ancora peggio.

Anno 2001. Rooming In senza eccezioni, quando ho chiesto alle infermiere di tenere un momento il mio bambino nella nursery perché avevo bisogno di lavarmi in bagno e non avevo nessuno che restasse in camera con lui mi hanno risposto di fare in fretta, molto scocciate. Il peggio è stato che una mamma in camera si è addormentata con il bimbo in braccio e il suo piccolo è caduto dal letto. Attimi concitati e immediato trasferimento del neonato in un altro ospedale, fortunatamente nessuna conseguenza estrema. Quando un neonato dormiva gli altri piangevano, impossibile riposare: ho firmato per uscire 24 ore prima del previsto. Dopo 20 giorni il mio bimbo è stato male, non riuscivo a fargli abbassare la febbre. Ricovero d’urgenza in ospedale pediatrico, era un’infezione renale poi curata con antibiotici; pareti tappezzate di poster che incoraggiavano l’allattamento al seno, peccato che le mamme potessero accedere in reparto solo ad orari fissi portando il latte estratto col tiralatte. Naturalmente ho perso il latte nel giro di una notte. I reparti maternità e, nella mia esperienza, gli ospedali pediatrici non sono certo pensati per aiutare le mamme. Cristina Stevan

Ho partorito il mio secondo figlio nell’agosto 2020 in una clinica di Palermo in convenzione. Ero stanca e dolorante per il parto cesareo. Non hanno permesso a nessuno di stare con me, solo a mia suocera la prima notte. La seconda sera ho pianto al telefono con il mio ginecologo e davanti al medico di turno implorando che lasciassero rimanere mia suocera un’altra notte. Ero spaventata e stanca. Il medico mi ha guardata con commiserazione dicendo che tutte ce l’avevano fatta indipendentemente dal tipo di parto. Mi hanno trattata come una bambina, come una mamma non abbastanza mamma da affrontare con coraggio il compito che tutte le altre avevano affrontato. Potevo essere io la mamma del Pertini. Non hai colpa. Tiziana

Ho partorito dopo 33 ore dal momento dell’induzione, avevo passato tre notti in bianco, la prima a causa della mia compagna di stanza che aveva partorito nel tardo pomeriggio ed era tornata stremata e dolente e le altre due notti a causa dei dolori. Ho partorito alle 9.18 di domenica mattina e alle 15 il mio piccolo era già con me, la prima notte è stata dura, piangeva per la fame e non si attaccava per ciucciare. Io sono stata fortunata, avevo sonno ma ho resistito, ma quella mamma avrei potuto essere io. Avere qualcuno al proprio fianco in quei momenti è essenziale.

Ospedale di Roma, estate 40 gradi senza aria condizionata perché rotta... oltre 12 ore di travaglio dopo il parto, torno di notte in camera appena fatto il cesareo , senza potermi muovere per l’anestesia mi lasciano il bambino in camera, crollo.... dopo non so quanto tempo che il bambino piangeva ( fortuna nella culla ) arriva una suora che mi rimprovera perché non sentivo mio figlio che piangeva.

Voglio tralasciare la presenza a intermittenza dell’ostetrica durante la prima parte del travaglio e l’assenza totale nella seconda parte (dopo il cambio del turno) e altre disfunzioni. Racconto solo ciò che mi è prepotentemente tornato in mente quando ho letto la notizia del bimbo soffocato. Mio figlio nasce alle 10 di mattina dopo 17 ore di travaglio con un cesareo d’urgenza per mancata progressione del parto (si presentava con occipite posteriore...). Rimango a letto per tutta la giornata, ma dalla mattina del giorno dopo è evidente che ci si aspetta che mi senta come nulla fosse accaduto: non sono contemplati dolore, stanchezza, paura.... Ho ancora l’ago per la flebo nell’incavo del gomito e ho il terrore di ferire il mio bambino: al nido mi viene porto in malo modo un pannolino per coprirlo, senza che nessuno mi aiuti a sistemarlo nel punto giusto. La notte successiva mi viene portato il bimbo per l’allattamento (che fatica a partire, anche perché nessuno mi aiuta, mi fornisce delle spiegazioni, mi incoraggia). Lui si addormenta e io non riesco a muovermi: vorrei cambiare posizione perché il dolore alla ferita è lancinante, ma non posso, sono terrorizzata all’idea che mi scivoli dalle braccia, ma non riesco ad arrivare al campanello. Non arriva nessuno. Chiamo la mia compagna di stanza, ma non si sveglia. Finalmente mi sente, si alza, mette mio figlio nella culla e mi aiuta a trovare una posizione migliore. In un silenzio assordante da parte del personale del reparto. Sono passati più di 12 anni da allora e speravo che ci fosse stata un’evoluzione nei reparti di ostetricia, ma purtroppo devo constatare che non è così. Da un lato la medicalizzazione spinta del parto, dall’altra la solitudine delle mamme: niente di nuovo sotto il sole. Michela Da Rold

Ricoverata il 26 febbraio 2022 iniziano la stimolazione senza che ancora fossi andata in stanza, quindi iniziano le contrazioni e mi ritrovo a dovermi sistemare in camera in preda ai dolori delle contrazioni, seguono cinque giorni di stimolazioni. Il dolore era tale da provocarmi il vomito. Non riuscivo a mangiare. Partorisco naturalmente con ossitocina perfusa per 8 ore e mezza. Lacerazione di secondo grado. Torno in camera dopo 3 ore dal parto, il tempo di cambiarmi i vestiti e mi portano il piccolo. Resto sola. Non avevo neanche una compagna di stanza. Mi raccomandano di attaccare il bimbo al seno massimo ogni 3 ore. Non mi spiegano come farlo, non mi aiutano. Arriva la prima notte e, dopo aver tentato di attaccarlo al seno, metto il piccolo nella culla, mi addormento profondamente e mi sveglio 6 ore dopo. Mio figlio era tranquillo. Il tutto va avanti così per un altro giorno. Poi lui inizia a urlare come un matto. Non si era mai attaccato al seno. È rimasto due giorni a patire la fame. Al pianto disperato mi viene detto che potevano solo dargli l’artificiale. Nessun aiuto sul capire come e cosa fare. È stato dimesso con un forte ittero e una perdita di peso considerevole. Solo a casa, contattando privatamente una ostetrica e una consulente ibcl ho potuto recuperare un sano rapporto con mio figlio. Sarebbe potuto stare male. Avrei potuto addormentarmi con lui addosso (cosa accaduta a volte in casa nelle notti successive).

Prima figlia, cesareo. Seconda notte ancora dolori, dopo che il pomeriggio mi avevano fatto collassare perché costretta ad alzarmi e messa su una sedia e dimenticata lì. Dopo averli implorati per antidolorifici mi hanno dato una tachipirina. Chiamo alle tre di notte se poteva cambiare il pannolino alla bambina, mi ha detto di no. Piangevo a goccioloni mentre una santissima compagna di stanza mi aiutava. (Raccolta dalla community Mammadimerda)

Quando ho partorito le mie gemelle ho avuto un’emorragia interna non diagnosticata subito, ero distrutta dalla stanchezza e dalle coliche e chiedevo aiuto alle infermiere del nido per prendermi cura delle mie figlie. Loro pensavano che fossi esagerata, non mi ascoltavano mentre dicevo che non riuscivo a tenerle in braccio. Sono stata dimessa nonostante la febbre e i dolori, e dopo 48 ore ricoverata di nuovo per essere operata urgentemente per rimuovere la perdita ematica che si era ormai infettata. Le mie figlie non sono state ammesse al nido dopo le dimissioni e così ho trascorso il primo mese dopo il parto in ospedale senza di loro, non le ho potute allattare.. e tutto questo per un errore di diagnosi!

Prima e (purtroppo) unica esperienza. Ho avuto un parto difficile durante la notte. Perdo il conto dei punti che mi danno. Chiedo se possono tenere loro la bambina fino al giorno successivo. Ovviamente non riesco a riposare dall’emozione e in parte anche dalla reazione del mio corpo al parto. Il giorno successivo me la portano con la culla, e mi dicono che la devo cambiare. Rispondo se mi possono spiegare come si fa, ho paura di farle male. Mi viene detto che al pomeriggio c’è un mini corso al nido per far vedere il cambio del pannolino. Ok, ma ora come faccio? Fortunatamente arriva mia cognata che ha esperienza e mi aiuta lei. Il giorno lo alterno tra tenerla in braccio e coccolarla, a metterla nella culla con la speranza che non si svegli e così poter riposare. Ma ovviamente tutto ciò non avviene. Arriva la sera e chiedo se possono tenerla al nido per poter riposare un pò, sono circa 48 ore che non dormo. Mi viene risposto di no che hanno già fatto una eccezione la notte prima. La metto nel letto con me perché con il contatto non piange. Mi addormento. Vengo svegliata da una infermiera che molto gentilmente mi spiega che non posso tenerla nel letto se voglio riposare anch’io perché rischierei di soffocarla. La prende in braccio e riesce a farla addormentare così la mettiamo nella culla. Riusciamo entrambe a riposare. Ora che ho letto di questa mamma, mi ritorna in mente quella dolce e gentile infermiera che mi ha aiutato.

Io ho partorito i miei due figli in un ospedale di Roma. La prima nel novembre 2020 e il secondo ottobre 2022. Premetto che non vivo a Roma e ho dovuto fare 90km per recarmi in quell’ospedale. La sala parto è accogliente e con personale sia medico che infermieristico disponibile e gentile, il neo vero sta nel reparto di ostetricia e ginecologia. In entrambe le esperienze ho avuto la fortuna di avere in stanza con me mio marito, ho scelto quel policlinico proprio perché sapevo che non sarei stata sola perché permettono previo tampone negativo di far rimanere ove possibile il padre del bambino /a in stanza con la madre. Altro motivo per me importantissimo per il quale mi sono recata li nonostante la distanza da casa è perché mi sarei potuta affidare a degli anestesisti per l’epidurale, analgesia che nell’ospedale della mia città non fanno per vari e assurdi motivi! Nonostante mio marito, io ho avuto difficoltà post parto sia fisiche che psichiche che non sono state minimamente accolte dal personale del reparto se non fino a quando ho voluto far sentire forte e chiara la mia voce all’interno della stanza infermieri all’ennesima mia richiesta di aiuto/attenzioni che mi veniva negata. Sono uscita dall’ospedale ringraziando Dio con due bambini sani, ma nonostante tutto piena di dubbi e incertezze per il futuro che mi si prospettava, in balia di sbalzi ormonali che non aiutano mai nessuno e che mai nessuno tiene realmente in considerazione.

Sarebbe potuto succedere a me.. è questo quello che ho pensato non appena ho sentito la notizia della povera mamma di Roma. Sono arrivata in ospedale nel 2021 all’una di notte, con già dei dolori forti. Ho dovuto pregare per l’epidurale che mi hanno fatto solo alle 13 dopo avermi fatto terrorismo psicologico. Non mi hanno mai aggiornato su quanto mi stessi allargando, so solo che alle 18, quando ormai non ce la facevo più, hanno usato la ventosa per fare uscire il mio piccolo. Detto ciò, si poteva immaginare come potevo stare. Alle 21 sono stata portata in camera e pensavo che mi avrebbero dato la possibilità di riposare qualche ora e invece mi hanno messo la culletta sin da subito accanto al letto senza possibilità alcuna di riprendermi un attimo. Da quel momento poi è partita la campagna per l’allattamento al seno a tutti i costi. Trovo profondamente ingiusto che ci siano ospedali dove: 1. Bisogna pregare per l’epidurale 2. Non ti danno la possibilità di recuperare le forze dopo il parto 3. Impongano l’allattamento al seno senza chiedere alla mamma cosa preferisca fare È per queste ragioni che ora, per la mia piccola che dovrebbe nascere a febbraio, ho cambiato ospedale e ho optato per un altro ospedale che so avere tutto un altro approccio. Vorrei tanto abbracciare la mamma di Roma e non farla sentire sola.

Primo figlio con cesareo. Dopo circa 12 ore arrivano due infermiere per controllare e mi premono sulla pancia. Urlo dal dolore e chiedo cosa stessero facendo. Si guardano tra loro e una mi dice: «È la spremitura. Ma se vuoi tenerti lo schifo dentro faccelo sapere prima o non fare figli». Ho pianto. Non sapevo cose fosse quella manovra, ma di sicuro quelli non sono modi di trattare le persone.

Poteva succedere a me. Durante una delle prime notti a casa mio figlio si è svegliato di notte, l’ho preso per allattarlo nel letto e mi sono addormentata e lui con me mentre succhiava. Per fortuna mi sono svegliata in tempo di soprassalto. Il viso del bambino era già un po’ cianotico, per fortuna si è ripreso subito ed è andato tutto bene. Io non l’ho mai detto a nessuno. Ora mio figlio ha 12 anni, dopo di lui ho avuto altri due bambini, esperienze meravigliose che ho vissuto con sempre maggiore forza e consapevolezza. Però proprio per questo, siccome basta veramente poco per aiutare le donne che hanno appena partorito, non lasciateci sole e chiedeteci come stiamo senza per forza giudicare.

Una storia che mi porto dentro da 12 anni, che torna fuori ogni tanto e fa sempre male. Che metto a tacere perché per fortuna è andato tutto bene e mia figlia è una ragazza sana e in gamba e mi dico, fa niente. Ma forse anche no. Il parto è rischioso, trasferimento in sala operatoria e cesareo d’urgenza a causa della bradicardia subentrata dopo l’epidurale. Va tutto bene e mia figlia sta bene. Io mi riprendo lentamente, perché durante l’anestesia mi è stata bucata la dura madre e soffro di forti cefalee, fatico a stare seduta e in piedi. La cosa che più fa male? La totale mancanza di empatia, aiuto e tolleranza. Mi sento dire di essere svogliata, ripresa da un’ostetrica perché non allatto mia figlia come si deve, sua figlia ha bisogno di lei, mi rimprovera. Come se mi rifiutassi. Come se non le volessi bene. Non riesco a difendermi, piango. Cambia qualcosa perché interviene una mia cugina medico, si scopre che non ho latte a sufficienza, che bisogna integrare. Un’altra ostetrica capisce e mi aiuta. Rimaniamo in ospedale sette giorni. Alla fine chiedo di essere dimessa, non vedo l’ora di tornare a casa in famiglia con la mia bambina. Non ho mai detto all’ostetrica della sua cattiveria, della sua arroganza, della sua convinzione di essere detentrice dell’unica verità. Lo faccio ora, per me e per le altre. Milena Vasconi

Due parti due esperienze opposte. Primo parto in un ospedale pubblico di Roma: stupendo, velocissimo, senza epidurale nella notte tra il 5 e il 6 gennaio (la Befana a Roma!!!). Il ginecologo mi aveva avvisato sul rooming-in «terminologia americana per camuffare la nostra mancanza di personale per gestire il nido, preparati sarà dura!». Subito dopo il parto mi tenne in una stanza con una flebo, io ero ansiosa di vedere il piccolo ma lui continuava a ripetermi «sono le tue ultime ore di riposo, goditele!». Pesante ma non troppo perché avevo 28 anni, reggevo bene alla manca di sonno e l’allattamento fu senza intoppi. Ricordo che non riuscivo a fare pipì e cercavo personale infermieristico, nessuno si palesava e quando chiedevo aiuto col piccolo per poter andare in bagno mi dissero che le cullette avevano rotelle «portatelo in bagno!». Parto numero due a Chicago. «Che giorno e a che ora desidera partorire?» Io: «Ma non farò il cesareo?!» «Non conta, qui le pazienti decidono in base alle loro comodità». 13 settembre ore 12, mia mamma atterrava il 12 dall’Italia e il figlio n. 1 era tranquillo all’asilo fino alle 18. Detto, fatto. Ore 12 “check the baby!” Dolore? Nemmeno a pensarci, induzione in contemporanea con epidurale, mamma e bambino stupendi e pronti per la nuova avventura. Ma il bello arrivò dopo. Ore 8 le luci si spensero, forte della pregressa e recente esperienza, allattai e addormentai il piccolo (sempre in culla, questo l’avevo letto dappertutto!). Ma la notte non esisteva nella mia stanza, ero sconvolta: ogni 10 minuti entravano due infermiere, una che controllava me e una il piccolo. Un’infermiera di pediatria e una di ginecologia. Cercavo di dire che era tutto ok, potevamo riposare un po’. Ma non ci fu verso. Prima le pillole per andare in bagno (certo, dopo il parto si rischia un periodo di stitichezza), poi quelle per i dolori all’utero (in Italia nessuno me ne aveva mai parlato), poi i vari questionari (come ti senti? Sei depressa? Sei triste?), poi la scelta della colazione.... Ricordo ancora quelle notti non-notti con ironia, scherzavo spesso su questo aspetto del parto oltreoceano con mio marito e i miei cari. Chissà perché non ci fecero dormire?! Dopo la recente e sconvolgente notizia non scherzerò più. Rifletterò. Piangerò. No si può perdere un figlio così.

Appena ho letto questa triste storia ho pensato a me... al mio parto con taglio cesareo ben 13 anni fa in un ospedale del nord-est. Non ero una mamma giovanissima (38 anni primo figlio), ricordo la stanchezza del post operazione e l’insistenza con cui le ostetriche volevano lasciare il bimbo con me fino a tardi. Ero sfinita e mi chiedevo il perché di quell’eccesso di zelo che non mi avrebbe qualificato come «brava mamma». Tragedie come questa possono capitare a chiunque serve piu attenzione al benessere mentale e fisico delle donne/mamme.

Poteva succedere anche a me, quando è nata la mia seconda figlia. Anch’io ero stanca dalla notte insonne del parto e dalla prima giornata. Sono stata svegliata più volte nel corso della notte successiva per allattare la bambina che dormiva: io non ho riposato per 2 giorni di fila e la bambina non ha mangiato. Non c’è stato nessun supporto da parte del personale della nursery, tanta scortesia e menefreghismo. Fortunatamente ero al secondo figlio: avevo già un minimo di esperienza su come comportarmi e gestire la piccola e sono riuscita a scrivere una segnalazione al dirigente medico responsabile del reparto per descrivere l’accaduto. Il rooming in ha senso solo se accompagnato e soprattutto desiderato dalla donna che ha partorito, che rimane sempre una persona anche se madre .

Nasce la mia bambina con cardiopatia complessa, trasferita come da programma in un altro ospedale subito(vista 2 secondi), non l’ho vista per tre giorni,ero in stanza da sola e non una puericultrice o ostetrica che mi spiegava come tirare il latte o come lavare un neonato,piangevo per mia figlia e nessuno che mi dava conforto o mi faceva sentire mamma,ero esclusa solo perché la mia bimba non era con me. Tre giorni dopo il cesareo mi facevo 80 km tutti i giorni a volte 2 ore nel traffico in tangenziale per vedere mia figlia mezz’ora,se c’era l’infermiera brava anche un’ora. Dopo l’operazione cardiaca e i tre giorni di terapia intensiva mi ricoverano con lei,la bambina aveva 15 giorni..io ero gonfia dalla testa ai piedi per il cesareo,male alla pancia e alla schiena,dormivo si e no due ore per notte su una brandina,ero stanca piangevo insieme alla mia compagna di stanza,eravamo da sole a dover gestire i nostri figli appena nati,operati monitorati con cavi. I parenti dovevano venire alternati a farci visita, da me venivano una volta a settimana per la distanza,andavo avanti a paracetamolo 1000 e ibuprofene 600,non riuscivo neanche a farmi una doccia,una sera chiesi aiuto alle infermiere,la risposta fu «Mamy a casa come fai?Ti devi arrangiare». Ma queste infermiere lo sanno che a casa o il marito o qualche parente ci da una mano? Quando le chiamavi perché si staccava il saturimetro o qualche elettrodo sbuffavano anche....solo dio sa quanto abbiamo pianto io e la mia compagna di stanza! Ormai pensano a lavorare meno,non c’è più umanità ne empatia tra il personale infermieristico(sono anche io infermiera ma non mi sono mai permessa di sbuffare davanti a un utente). Cari infermieri siate più umani.Magari mamme lo siete o lo sarete anche voi,se chiediamo aiuto lo facciamo perché siamo esauste,vorremmo stare ogni secondo con nostro figlio/a ma se vi chiediamo aiuto non potete negarcelo!

2018, primo figlio. Il parto è piuttosto veloce e senza particolari complicanze, ma la placenta non si stacca e vengo portata in sala operatoria per il secondamento manuale, nel frattempo sviluppo una gravissima emorragia e quasi perdo conoscenza. Una volta stabilizzata torno in reparto e mi chiedono se me la sento di tenere il bambino in stanza, visto che per fortuna mio marito è con me e mi può aiutare (epoca pre covid) dico di sì, parte l’allattamento e cerco di riprendermi. Giunta la sera però sono molto sconvolta sia fisicamente (avevo 7 di emoglobina e non potevo alzarmi perché anche solo mettermi seduta nel letto avevo capogiri) che psicologicamente per lo shock legato all’emorragia, chiedo che il bambino di notte venga tenuto al nido. L’infermiera molto sgarbata e con tono giudicante mi dice che così avrei compromesso l’inizio dell’allattamento e mi chiede se sono consapevole di questo. Io vacillo ma insisto perché proprio non me la sento e così il bambino va al nido, ma con il senno di poi, non doveva essere l’infermiera stessa a propormi di portare il bambino al nido? Perché le mie condizioni non mi permettevano di tenere da sola il bambino di notte in sicurezza ed era sua responsabilità fare questa valutazione, per il bene principale del bambino. Nonostante le successive due notti al nido e le previsioni negative dell’infermiera, ho poi allattato esclusivamente al seno mio figlio per 6 mesi e l’allattamento si è concluso serenamente quando aveva 3 anni.

Giugno 2021..piena emergenza covid. Parto naturale, inizio il travaglio alle 18 del pomeriggio, ma visto che alle 18 c’è il cambio turno l’ostetrica liquida la specializzanda con «il tracciato non serve, qui è ancora lunga». Fatto sta che le contrazioni sono sempre più ravvicinate e alle 20 mi portano in sala parto. Il travaglio è dolorosissimo, nonostante avessi firmato per l’epidurale mi dicono che avrei rallentato troppo e decidono di non farla, alle 2 di notte finalmente il mio piccolo viene al mondo. Mio marito può restare altri 20 minuti, nel frattempo portano me e il piccolo in stanza, vige il rooming in e il nido, così mi dicono, è solo per i bimbi con problemi. Non so bene cosa fare, sono sola (l’altra mamma con me in stanza non era italiana e non parla inglese), mi porto la culla in bagno e cerco alla menopeggio di fare tutto... In realtà sono stanca, spossata e vorrei un aiuto. Il bimbo piange ininterrottamente la notte, chiamo al campanello per un aiuto e dal citofono mi viene detto”cullalo”. Tutta la notte non si vede arrivare nessuno. Sono stati 3 giorni in cui oltre alle visite del pediatra (loro sì, pazienti e premurosi sia col piccolo che con me) ho visto giusto le inservienti all’ora dei pasti, poi nessuno. E quante volte mi sono addormentata con il mio bimbo nel mio letto..tante, troppe, ma mai nessuno che abbia obiettato, anzi... Ci dimettono, per dei valori alti di ittero decidono di ricoverare il bimbo in tin per qualche giorno...un dramma, fanno il tampone orofrangio al bimbo, lo allatto per calmarlo e mentre lo asto allattando me lo staccano senza troppi complimenti per portarlo in tin...è stato dolorosissimo! I giorni seguenti, in tin, invece ho trovato personale competente e umano, che ha compreso le necessità e la stanchezza di una neomamma, che mi ha spiegato tutto lo spiegabile e che mi è stato vicino e di supporto.

Ho partorito con cesareo in un ospedale di Roma il 22 ottobre. La prima sera il bimbo è andato al nido, mentre la seconda e terza notte non è stato possibile nonostante abbia chiesto in seconda serata un aiuto...ovviamente con me non poteva rimanere nessuno. Avevo chiesto di mandare al nido il mio piccolo alle 22 di sera per loro non era più possibile... non ho dormito per tre notti di seguito perché con i punti del cesareo mi ero accorta che era impossibile fare sali e scendi dal letto per allattare e metterlo a riposo nella culla . Non hanno accettato. Allattamento e gestione bimbo sola . Unica accortezza al mattino cambiavano i bimbi loro . Morale della favola: sono uscita dall’ospedale molto distrutta e rammaricata delle negazioni per l’aiuto chiesto.

Anno 2006. Poteva succedere anche a me: 14 ore di travaglio per poi avere un cesareo d’urgenza per un’emorragia. Ho detto no al rooming in. Mi sono sentita giudicata ma mi sono impuntata, anche perché all’epoca non era ancora obbligatorio. Ero a pezzi, solo io potevo e posso conoscere il livello di stanchezza psico-fisico del mio corpo. Il parto sarà anche una cosa fisiologica ma ogni donna ed ogni parto sono a sé. Deve essere lasciata libertà di scelta alla neo-mamma.

A chiunque potrebbe succedere… perché mentre allatti ti addormenti sfinita sul divano, con il rischio che il bambino cada… o ti addormenti mentre lo allatti nel lettone… periodo per me non roseo e idilliaco, quello dell’allattamento, contrariamente a quanto la narrativa della buona madre e del costume imporrebbe.

Ho partorito ad agosto. E, una cosa che già sapevo, ma che mi ha molto infastidita è il fatto che la maggior parte delle ostetriche e infermiere dell’ospedale ti fanno arrivare allo sfinimento per il discorso allattamento. Non importa se sei stanca, dolorante, se hai avuto un parto difficile tu devi allattare. Anche se il bambino dorme tu ti devi svegliare, svegliare lui e attaccarlo. Io ho fatto a modo mio, seguendo le esigenze del bambino e anche se loro non erano d’accordo e spesso mi hanno risposto male, sono comunque riuscita ad attaccarlo. Ma dopo un mese mi stavo sfinendo era sempre attaccato non dormivo mangiavo a malapena… Per fortuna mi seguiva una brava ostetrica e con il suo aiuto sono riuscita a cambiare la situazione, ho iniziato a dargli l’artificiale come aggiunta, anche se l’ospedale ti sconsiglia di farlo. È ora di smetterla di far sentire la mamma una cattiva mamma se non allatta, è ora che l’ospedale e tutti mettano davanti le esigenze della mamma, che comprendano le sue fatiche, che si occupino del suo benessere, quello de bambino verrà di conseguenza.

Trenta ore di travaglio, cesareo di urgenza finito con un’anestesia totale per un problema. Bambino al nido, mi addormento e a mezzanotte con due flebo attaccate di cui una di morfina mi svegliano e mi dicono che piange e me lo portano. Io non riuscivo ad alzarmi, non è potuto rimanere nessuno con me la notte perché quelle erano le regole, quindi sola, con due flebo e un neonato. Non riuscivo a cambiarlo… per fortuna non è successo nulla, ma in questo caso penso di essere l’esempio che il Roming in poteva aspettare un po’ .

La mia bambina è nata il 15 agosto 2019. Gravidanza perfetta eccetto una diagnosi di diabete gestazionale tenuto a bada con dieta (presi solo 9 kg) e la bambina aveva una crescita regolare... Il termine era previsto il 9/08 ma la mia bimba non voleva saperne, non eravamo pronte né io né lei. Mi fecero firmare il consenso all’induzione spiegandomi per sommi capi il metodo... Io ho firmato! Che poi? Ma chi ci capisce in quei fogli? E i dettagli? Le conseguenze di ogni scelta? Le implicazioni? Mi hanno convita che la bimba cresceva troppo e il parto sarebbe diventato difficoltoso. Il 12/08 vengo ricoverata. Provavo prima induzione...nulla...arrivata a sera contrazioni ma non utili quindi sofferenza e poi le bloccarono. Giorno dopo mi fecero firmare un ulteriore consenso(foglio lasciato sul comodino senza spiegazioni ulteriori) per altro metodo... Niente anche questa volta (seconda notte in bianco) al terzo giorno vanno di ossitocina e per fortuna epidurale. Non si erano mai accorti però che la testa della bimba era inclinata... Quindi non si metteva in posizione (contrazioni e dolori inutili...la bimba non poteva nascere). Ebbero l’illuminazione... Facciamola stare in piedi...13 ore così...alla fine emorragia e cesario d’urgenza all’1 del mattino! E meno male... perché fino a quel momento io ero un corpo e basta... La bambina stava bene quindi io che ero stanca a pezzi e dolorante potevo tacere! Mi ha sorretta mio marito l’ultima ora perché dovevo comunque stare in piedi! Per fortuna il cesareo andò bene.. e il peso della bimba nella norma quindi mi diedero una iniziale informazione sbagliata senza la quale non avrei firmato l’induzione. La notte mia mamma era con me anche perché io non riuscivo a stare sveglia ma al mattino una ostetrica la mandò via in malo modo perché aveva superato l’orario limite. Erano le 11 ed io ero ancora semivestita e sporca... E per fortuna mamma si prendeva cura della piccola! Fosse andata via alle 9 che ne era della mia bimba? Fatto sta che da lì in poi siamo state io e lei...con ostetriche fantasma in un giorno festivo quale il 15/08. Forse per questo particolarmente cattive... Sono stata costretta a strisciare praticamente fino al nido per un goccio di latte che dopo ore di attesa non arrivava mai... Avevo il seno dolorante e sanguinante e senza un goccio di latte ancora. Mi sono presa infatti il rimprovero «perché non ti sei accorta che è dimagrita tantissimo?» Ma come???? Vi imploro da ore per avere una goccia di latte artificiale. Non so quanto ho pianto in quelli che dovevano essere i giorni più belli della mia vita! Una settimana che fatico a dimenticare e che hanno allontanato di molto l’idea di un altro figlio.

La responsabile di ostetricia di un noto ospedale lombardo ha detto:«Per me il bambino può prenderlo e buttarlo dal nono piano», dopo che un’ostetrica le aveva riferito che non avrei allattato il bambino. (Un giorno dal parto).

Ho avuto un travaglio di tre giorni, durante il quale non riuscivo né a mangiare né a dormire. Siccome non c’era dilatazione, hanno provato diversi tipi di induzione al parto, che non funzionavano.. alle mie richieste, disperate, di fare un cesareo rispondevano che bisognava seguire i protocolli. Io e la mia bambina stiamo bene perché l’ostetrica che aveva tenuto il corso preparto al quale avevo partecipato ha rotto “le acque” e le ha viste scure. Siamo corse in sala parto e dopo 4 ore (eterne) e l’ossitocina, ancora niente. Quindi ho subito un cesareo d’urgenza. La notte successiva ero già in piedi, vagavo per il reparto spingendo il lettino con la bambina che urlava e che da me non riusciva a nutrirsi perché non avevo ancora avuto la montata. Per fortuna, un’infermiera esperta, si è accorta del mio stato e mi ha portato via la bambina dicendomi di andare a riposare. Dopo quasi sei anni ancora la ringrazio. Perché sarebbe potuto succedere anche a me.

Ho tre figli, ora grandicelli. Ma se penso a tutte le volte che, sfinita, mi sono alzata nel cuore della notte e ho allattato i miei figli neonati nel letto, addormentandomi mentre loro continuavano a succhiare... Leggendo della tragedia di questa povera madre, mi sento davvero una miracolata ad aver sempre ritrovato i miei bambini ancora vivi la mattina dopo. Quando ho partorito ho vissuto anch’io la stessa frustrazione della signora. Portavo il bambino al nido, me lo tenevano cinque minuti e poi me lo riportavano subito in stanza con la scusa del pianto. Non sono riuscita a dormire mai un’ora di fila e ricordo ancora il rumore delle ruote del lettino nel corridoio quando venivano a portarmelo in camera. Ero stravolta e grazie al cielo avevo mio marito che mi ha dato una mano. Anche l’ossessione attuale per l’allattamento al seno sta diventando insopportabile. Si è passati da un eccesso all’altro. Prima solo latte artificiale, ora solo latte materno perché protegge da tutte le malattie, fa diventare il bambino intelligente come Einstein e forte come Hulk. Insomma se non allatti, sei equiparabile a un mostro... Ma c’è anche una via di mezzo da contemplare per non fare sentire la mamma che magari non se la sente di allattare o non ci riesce per tante ragioni, cattiva, egoista o incapace. Viviamo in una società che tende a estremizzare tutto allontanandosi sempre di più dalla Natura e dalle sue leggi.

Giugno 2005, primo figlio. Sono passati diversi anni ma ce ne sono voluti molti per rendermi conto di quella che ora posso riconoscere come una vera e propria violenza ostetrica. Avevo frequentato il corso pre-parto durante il quale mi era stato fatto il lavaggio del cervello per convincermi a non ricorrere all’epidurale in quanto l’anestesia avrebbe rovinato l’irripetibile esperienza del parto naturale e messo in pericolo l’allattamento. Il dolore del parto veniva esaltato e mistificato al punto da farmi credere che senza soffrire non avrei mai potuto essere una buona madre (oltre a farmi sentire in colpa perché lavoravo ancora a tempo pieno al sesto mese di gravidanza e non avevo alcuna intenzione di lasciare la mia professione). Al momento del travaglio, tuttavia, cambio idea ma non mi viene concesso di chiamare l’anestesista per l’epidurale. Soffro molto durante la fase espulsiva, che si prolunga per ore, perché - dicono le ostetriche, ridendo neanche troppo velatamente alle mie spalle - non spingo a sufficienza. Decidono, quindi, di chiamare il ginecologo di turno che, senza chiedermi il permesso né spiegarmi la manovra che intendeva fare, mi sale sulla pancia con tutto il suo corpo per provocare l’espulsione. Pensavo di morire per il dolore ma .. non era ancora finita. Il bambino si attacca male al seno, provocandomi subito dolorose ragadi ai capezzoli. Nessuna ostetrica mi consiglia di utilizzare dei semplici para-capezzoli in silicone, della cui esistenza vengo a sapere per caso da un’amica alcune settimane dopo. Risultato: ci ho messo un mese a riprendermi dal parto e ho faticato molto con l’allattamento, addormentandomi regolarmente insieme a mio figlio, per pura fortuna, senza conseguenze. In vista del secondo parto, ho chiesto subito l’epidurale ed il parto è stato seguito in gran parte dall’anestesista e solo infine dal ginecologo, senza l’intervento dell’ostetrica. È stata un’esperienza molto positiva e serena, senza traumi per me e per mio figlio, da cui mi sono ripresa in un batter d’occhio pur avendo un altro bambino in tenera età da accudire. Basta con la violenza ostetrica, che viene inspiegabilmente perpetrata proprio dalle donne nei confronti di altre donne approfittando della loro fiducia e vulnerabilità.

Partorito con taglio cesareo a gennaio 2021 (periodo covid) e passato due notti di inferno in ospedale in preda a dolori e contrazioni post parto, ovviamente con bimbo in camera e totalmente sotto la mia responsabilità senza possibilità di alzarmi causa taglio e letto con alzata manuale ( tramite manovella posizionata sotto al letto). Dopo diverse chiamate alla fine un’infermiera è venuta a prenderlo e l’ha portato al nido. Senza contare il fatto che durante il giorno mi invitavano continuamente a trascinarmi nella ‘stanza del tiralatte’ per non produrre nessun latte date le condizioni poco accoglienti della stanza (completamente spoglia e del tutto non accogliente) e la quantità di moduli che mi hanno fatto firmare per documentare il fatto che ero stata informata su questo e quello ma la verità è che ero talmente frastornata che non ho la minima idea di ciò che c’era scritto… Avrei tanto voluto che il mio compagno fosse lì con me per aiutarmi a prendermi cura del bambino ma data la situazione covid non ha avuto accesso in reparto se non nelle due ore successive all’operazione e tre giorni dopo alle nostre dimissioni.

Ero 35nne al primo parto. Sapevo che avrebbero insistito per l’allattamento al seno ed ero determinata a voler provare ad allattare al seno mio figlio. Senza drammi mi sono accorta che non avevo latte, non da subito almeno, come capita a tante donne. Loro insistevano che avrei dovuto provare sino allo sfinimento. Fanno terrorismo psicologico, dicono che se non vuoi avvelenare tuo figlio, devi allattarlo al seno e via dicendo. Per fortuna non ho mai avuto febbre sopra i 38 gradi in vita mia (oggi ho 50 anni) eppure sono cresciuta con il latte artificiale. Inoltre ho una professionalità che mi ha reso possibile interloquire ‘dall’alto’ con le puericultrici dell’ospedale, così come con i medici. Ho fermamente chiesto del latte artificiale -che con disprezzo mi è stato dato- e così tutto è filato liscio. Non si dovrebbe richiedere tutto ciò ad una puerpera, per di più tardiva, come amorevolmente si viene chiamate. Perché se medicalmente siamo tardive, allora vuol dire che la nostra situazione è delicata e richiede una speciale attenzione. Altrimenti saremmo semplicemente puerpere. Ho apprezzato tutto dell’ospedale, salvo il terrorismo psicologico sull’allattamento al seno.

2014, 27 ore di travaglio. Ho implorato un cesareo. L’intervento tutto ok. Due ore di riposo e il rooming in. Volevo morire. Avevo la febbre. La pressione alta e la bambina sempre con me..non mi dimettevano per via della pressione che non si stabilizzata. Durante il giorno riuscivo a farmela tenere ma la notte era un vero incubo. Una notte la mia bimba finalmente dorme a ma non dormiva il bimbo accanto, ho vagato per il reparto e ho chiesto ad un infermiera di farmi riposare, con il cesto della bimba al seguito, nell sua stanzetta perché lei era al buio e dormiva...ho pensato seriamente di non farcela.

Parto indotto, dolori atroci e insofferenza cardiaca mia e di mio figlio, il tutto perché «il parto naturale è meglio». Mio figlio (di oltre 4 chili) viene fatto nascere con la ventosa. Lacerata ed esausta vengo portata in camera, non mi reggevo in piedi e mi viene chiesto di cambiare il bambino, senza spiegarmi come, lasciato con me senza nessun tipo di assistenza e nessun tipo di empatia. Bisogna allattare a tutti i costi, non farlo non è contemplato e se decidi di interrompere l’allattamento, non hai nessun tipo di assistenza medica né psicologica.

Ho partorito due volte: a maggio 2020 e a maggio 2022 a Torino, entrambe le volte in situazione di «emergenza sanitaria». Non posso oggettivamente dire niente al personale sanitario che, con i mezzi che ha, fa quel che può. Ma la notte in ospedale dopo il parto, in quel maggio 2020, in cui si era appena entrati in fase 2, in cui nessuno era ammesso mai, salvo il papà quelle due ore in sala parto, non me la scorderò mai. Entrata in travaglio venerdì notte, partorito domenica mattina, tutto il travaglio da sola, due ore di spinte e per fortuna è andato tutto bene. La sera però ero oggettivamente distrutta, non dormivo da giovedì notte, avevo in camera con me dall’ora di pranzo un neonato che aveva fame, non voleva stare nella culla e a cui non riuscivo ancora a dare il latte che gli serviva. Nel cuore della notte, quando non era neanche ancora riuscita a metterlo in culla senza che piangesse disperato, senza che fossi ancora neanche riuscita a lavarmi la faccia, avevo bisogno di un assorbente post parto, di quelli che tengono in freezer e che danno sollievo a chi come me aveva i punti. Il mio reparto era quello a bassa intensità e quella sera c’erano un sacco di donne in travaglio che a un certo punto sono entrate tutte nella fase finale contemporaneamente: le ostetriche quindi erano tutte con loro in sala parto, quando dopo diversi minuti ne ho incrociata una in corridoio e le ho chiesto gli assorbenti lei ha fatto che darmi le chiavi della stanza in cui li tenevano perché potessi andarmeli a prendere, visto che lei stava correndo da una paziente che sentiva di dover spingere. Come e a chi avrei mai potuto chiedere di darmi il cambio tenendomi il bambino anche solo mezz’ora?

Luglio 2020, Parma. Entro in maternità sola con un mega borsone già dilatata di qualche centimetro e passo più di un’ora in sala d’attesa su una seggiolina di plastica in attesa del triage. Mi dicono che c’è da aspettare perché ci sono molte pazienti. Io mi contorco dal male, da sola, non riesco nemmeno a comunicare con mio marito fuori dal reparto dal male. Io soffro da sola mentre lui non ha mie notizie ed e molto preoccupato. Le infermiere che passano mi guardano pure male se urlo e mi contorco. Chiedo una sedia a rotelle (ce ne sono decine lì davanti a disposizione) per stare leggermente più “comoda” ma mi viene negata. Questo è solo l’inizio di un percorso doloroso, stressante e stancante vissuto completamente da sola (escludendo quelle poche, inutili ore concesse ai papà in tempi Covid). Agghiacciante. Poteva succedere a tutte!

L’esperienza del mio primo post parto è stata a dir poco traumatica. Entrata in ospedale alle 7 di mattina per indurre il parto, ho raggiunto la sala parto intorno a mezzanotte, per poi partorire mio figlio alle 6 del mattino. Ventitré ore di travaglio e numerosi punti di sutura. Durante la giornata, trascorsa frenetica tra visite di parenti e controlli medici, non ho potuto chiudere occhio, ma il mio bambino dormiva sereno, quindi alle 21, finita finalmente la baraonda, mi sdraio nella speranza di poter finalmente riposare. È lì che mio figlio spalanca gli occhi e inizia a urlare a squarciagola. Vano il mio tentativo di attaccarlo al seno, vano ogni tentativo di tranquillizzarlo. Dopo due ore di pianti ininterrotti, mi rendo conto che il bambino, nonostante non si sia mai staccato dal mio seno, muore di fame. Chiamo un’ostetrica per chiedere del latte artificiale per calmarlo. Il no è categorico. Devo tenerlo attaccato al seno. Se no non verrà mai il latte. Prende e se ne va. Alle 4 del mattino inizio a piangere. Un pianto incontrollabile. Chiamo di nuovo. L’ostetrica, nel vedermi così mi guarda con un misto di pena e compatimento. Alla mia richiesta «Vi prego, non ce la faccio più. Aiutatemi!» Mi guarda, mi dà una pacca sulla spalla e mi risponde: «Su, su coraggio, passerà». Si volta e mi lascia sola, in lacrime. Ricordo di aver passato il resto della nottata prendendomi letteralmente a sberle in faccia da sola per rimanere sveglia, mentre piangevo disperata. Il resto non me lo ricordo molto bene, ma questa prima notte è impressa a fuoco nella mia memoria.

Del mio parto non ricordo il dolore o la paura ma la stanchezza disperata del dopo, quattro notti e cinque giorni senza chiudere occhio. Era giugno del 2021, nemmeno il padre poteva entrare, lo vedevo attraverso un vetro. Ho potuto appoggiarmi al nido solo la prima notte e solo perché ero tra le fortunate reduci da un cesareo. Poi, nonostante le mie richieste sempre più insistenti è stato tutto un: «signora, si deve arrangiare da sola! Cosa si aspettava? Se non riesce ad alzarsi metta la bimba nel letto!». Quando ho fatto presente che mi sembrava pericoloso, l’infermiera ha riso e mi ha detto che se non lo volevo fare erano problemi miei certo non suoi. Risultato: su e giù continuo dal letto, a sollevare mia figlia, con i punti che tiravano. La bimba non si attaccava bene e nessuno è venuto a darmi una mano. A un certo punto, la quarta notte, sono letteralmente crollata dal sonno. Mia figlia fortunatamente in quel momento era nella culla e - mi hanno raccontato le mie compagne di stanza - ha urlato a squarciagola per la fame per oltre un’ora senza che io la sentissi. Sono stata svegliata a scossoni da un’altra infermiera che mi ha sgridata perché «i neonati non si fanno urlare così, lei è un’incosciente!». Mi ha piantato la bambina in braccio e se ne è andata. Ho passato il resto della notte bagnandomi il viso con l’acqua di una bottiglietta per non riaddormentarmi con lei in braccio. Bonus simpatia: la mia compagna di stanza piangeva per le ragadi sanguinanti al seno. La sua richiesta di un’aggiunta è stata liquidata con uno sprezzante «certo, vuoi il biberon per due taglietti, così poi il sabato sera vai a ballare con le amiche e lasci il bambino al marito. Siete tutte uguali, voi giovani mamme!». Lei è sbiancata ma non ha detto nulla. L’ho incontrata di nuovo qualche settimana dopo. Mi ha raccontato che si era sforzata di continuare ad allattare in quelle condizioni e alla fine aveva avuto una mastite. Tornata a casa ho mandato una lettera di reclamo all’ospedale. Prima mi ha chiamato il responsabile del nido, per scusarsi in ogni modo. Poi mi hanno risposto dalla struttura in modo più formale, dicendo in pratica che avevano controllato meglio e non era vero niente. Spero comunque con quella mail, che evidentemente è stata letta e discussa, di aver aiutato chi è venuta dopo.

Mi chiamo Fabiola e anche io ho avuto un’esperienza simile, per niente positiva nelle poche ore post parto. Ero stremata dalla stanchezza e mi hanno portato il bambino appena nato per farlo attaccare al seno, mi sono addormentata con lui in braccio e dalla stanchezza non sentivo il suo pianto… è un trauma che mi porto da ormai tre anni. Quella mamma potevo essere io.

Ospedale di Milano, avevo 23 anni ne dimostravo molto meno, pensavano fossi una ragazza madre e proprio per questo motivo mi trattavano malissimo. Una sera aspettavo mio figlio in piedi, pettinata, docciata, profumata e tutta emozionata, l’ostetrica mi disse bruscamente: «Se non ti sdrai sul letto non te lo do, te lo porto via e lo rivedi solo domani», sentii una profonda umiliazione e un abuso vero, cattivo, inaccettabile. E invece accettai e con un magone bestiale mi misi buona e sdraiata pur che non me lo portassero via. Avevo 15 punti e faceva malissimo, chiesi un cuscino in più, me lo negarono. Fatta la poppata e rimasta sola mi alzai e andai di corsa al telefono a gettoni che era in corridoio, telefonai in lacrime a mia madre. Il parto era stato devastante, mi avevano scheggiato l’osso vicino al polso con i continui tentativi di infilare l’ago della flebo, nonostante le mie grida di dolore «l’ago non entra, state prendendo l’osso!!». E poi i salti sulla pancia da parte dell’ostetrica per farlo nascere, le spinte a vuoto perché non ero ancora pronta uno sbrego da 15 punti con il taglio fatto a secco senza una goccia di anestesia. Avevo partorito da due ore, un’inserviente sgarbata mi disse «alzati che ti lavo» reagii dicendole «vada via, aspetto mio marito, lei non mi tocchi». All’apice di questi maltrattamenti dovuto allo sembrare un’adolescente ragazza madre, una mattina sentii i passi di mia madre in corridoio, aveva in mano un cuscino colorato, me lo aveva portato da casa, prima di arrivare nella mia stanza si fermò dalla capo sala, ancora le sento le urla di mia madre, le mise tutte in riga al suono di «mia figlia è una donna sposata». E per quello ottenni il rispetto dovuto, ma il mio pensiero andò alle vere ragazze madri senza difese e soprattutto senza una madre come la mia. In stanza eravamo in 11 con un solo bagno ci lavavano a turni con un catino di plastica.Ci misi cinque anni a fare il secondo figlio, il trauma era stato devastante.

Grande ospedale di Milano, 2006. Io primipara, mi inducono il parto a 40+1 per rialzo pressorio. Scollamento dell’utero, gel, ossitocina, 17 ore di travaglio e spinte espulsive senza dilatazione. Alla fine mi portano di corsa in sala operatoria per cesareo d’urgenza. Nasce la mia bambina e ho una emorragia. Dolorante, senza forze, emotivamente distrutta: me la portano per il rooming in già la prima notte. Lei piangeva, io piangevo. Le operatrici della nursery sono state inumane, se chiedevo aiuto puntavano sul senso di colpa «se proprio non la vuole tenere, la sua bambina...». Lei piangeva, io piangevo. Potevo essere io, potevamo essere noi. Spero che questa povera madre senta l’abbraccio caldo di tutte noi, che chi ha sbagliato paghi e che questo sistema cambi.

Ho partorito in un ospedale di Roma, gemelli con cesareo programmato. La flebo della morfina si sfila, non possono né reinserirla né darmi altri medicinali per il dolore per cui mi faccio le prime 24 ore senza nulla, il 29 agosto, aria condizionata rotta in camera e ovviamente con rooming in. Cacciano mio marito alla sette di sera perché sei mesi prima ci siamo “dimenticati” di chiedere autorizzazione per farlo restare la prima notte (ad averlo saputo!). Resto sola con le carni vive appena riattaccate, i bambini piangono, provo ad attaccarli al seno e non ci riesco. Ho il catetere, la flebo al braccio. Vado nel pallone, non posso muovermi, sento dolore ovunque. Chiamo l’ostetrica che entra in camera, mi pigia sul seno, esce latte, mi sgrida perché il latte c’è e non mi sto impegnando. Se ne va. La seconda che chiamo mi dice che per sentire meno dolore devo camminare il prima possibile, allora scendo dal letto, e non so cosa mi ha salvata dal non morire lì, per terra, esanime. Marta M.

Un mese di pressioni per indurre il parto. Pressioni pesanti, frasi tipo: «Ma signora, perché si vuole assumere un rischio così elevato?» mentre era dentro di me visitandomi. Rispiegare ogni volta la mia scelta di attendere a una persona diversa, scelta consapevole basata su un rischio molto basso (non mi ricordo i termini clinici ma sono certa di quanto affermo) e sul continuo dialogo con il mio ginecologo privato. Dopo giorni e ore di monitoraggi, attese infinite in sale d’aspetto e stress, dopo aver tamponato un bus per la stanchezza, finalmente raggiunto la quarantesima settimana e accetto l’induzione. La notte precedente alla rottura del sacco e quindi al parto, mi fanno dormire due ore e mezza, perché si impanicano non sapendo fare un monitoraggio in una posizione decente. Impanicano pure me, ovviamente. La sera successiva finalmente partorisco, e questo è quanto. Volevo solo firmare e andare, il mio compagno poteva stare un’ora. Nella mia stanza una ragazza con cesareo d’urgenza che piangeva giorno e notte. Chiamavo io le ostetriche per un aiuto, le tenevo la bimba perché si pisciava addosso. Non mi sono mai sentita così in balia di qualcuno, e sono stata fortunata. Non so esprimere ancora come mi sento, non ho elaborato ancora. Mia sorella ha quasi partorito sulle scale, non le aprivano la sala parto. Il 90% dei parti che ho sentito hanno dietro qualche storia brutta.

Primo parto, emorragia ma tentiamo lo stesso il naturale. Trenta ore di travaglio senza poter bere neanche un sorso di acqua. Sono esausta ma la bimba deve stare con me per l’allattamento, anche se non riesco a muovermi e ho il catetere dell’anestesia che mi fa male.Me la mettono nel letto le ostetriche, sollevando la spondina. Secondo parto: l’ostetrica chiama anestesista in ritardo, faccio tutto senza anestesia. Due giorni in corridoio, senza bagno, con la bambina sempre nel letto perché «così vedrai che questa riesci ad allattarla, non come l’altra».

Poteva succedere a chiunque, poteva succedere anche a me. Edo è nato durante la pandemia, direi in piena pandemia: 17 ottobre 2020 alle 8 e qualcosa, non ricordo mai i minuti,forse 8.13. Gli ho ricamato un quadro, dovrei andare a controllare. La dpp era prevista proprio per quel giorno, e lui a mezzanotte e un minuto mi ha fatto avere la prima contrazione. È un tipo molto preciso. La gravidanza fisiologicamente è stata praticamente perfetta, le nausee mi hanno accompagnata quasi fino al 6 mese ma per il resto, a parte psicologicamente, tutto bene. Lui non amava che io stessi seduta a lavorare, puntava i piedi e la testa per farmi alzare in piedi, ho lavorato spesso in piedi davanti al pc per non schiacciarlo, ma nessuno mi ha vista perché ero a casa, quasi sempre da sola. Come sono stata da sola quando è nato. È stato un travaglio veloce rispetto alla media, solo che l’ho fatto da sola, sotto al getto di una doccia sotto cui sono stata messa intorno all’1 e da cui sono uscita credo per le 7. Ho gridato e cercato aiuto, che non è mai arrivato. Sarei potuta svenire, avrei anche potuto partorirlo sotto la doccia, non se ne sarebbe accorto nessuno. Ho rotto le acque appoggiata ai piedi del letto, al buio, anche qui cercando un aiuto che non arrivava. Avevo i capelli bagnati, avevo freddo. Sono arrivate solo quando ho detto che sentivo la necessità di spingere. Quindi mi ascoltavano ma mi ignoravano. Ah questo covid rende anche sordi. La parte del travaglio attivo l’ho fatta finalmente con l’assistenza del papà, che ha sostituito l’ostetrica che a fine turno era ormai stanca. Mi guardava a braccia conserte ai piedi del lettino e mi diceva scocciatamente quello che dovevo fare. Sono stata in piedi tutta la notte, non avevo più nemmeno le forze di tirare su le gambe, me le ha messe su l’ostetrica che le ha dato il cambio ma ormai il monitor suonava. Lui era in sofferenza e io anche se spingevo non lo aiutavo perché era incastrato. Io lo dicevo che lui non scendeva più, ma continuavano a non ascoltare. È arrivato il mio dottore. Kristeller, cinghie, gomiti, ma il bimbo era fermo. Episiotomia con ventosa. Grado 3A, significa che sei aperta da davanti a dietro. Nel senso che il dietro te lo ricuciono attorno a un bastoncino di metallo per ricostituire la forma. Lui finalmente esce, non è vero che si dimentica, è vero che pensi che ne valga la pena. Passano le poche ore insieme a papà, poi si torna in camera a riprendere il filo della solitudine lasciata sotto la doccia. Conosco benissimo i pericoli del dormire insieme nel letto, per cui ligia al dovere lo lascio nella culla, ma chiedo aiuto per prenderlo e allattarlo. «Signora se dovessimo aiutare tutte così….» Ok, lo tengo con me, cercherò di non addormentarmi. La sua posizione era steso a fianco alla mia gamba, così non avremmo disturbato nessuno. Mi metto scomoda,così non mi addormento. Terzo giorno, chiedo alle infermiere se possono tenerlo il tempo di andare in bagno. Dopo tre giorni e con i punti non sarà facile penso. «Signora il bagno è grande per contenere anche la culla». Sono passati un paio di volte, tutte solo per accertarsi che io allattassi, che lui si attaccasse, tutto il resto non importava. Poteva succedere anche a me, potevo schiacciarlo o farlo soffocare perché per la stanchezza potevo crollare da un momento all’altro. Non ho dormito, mai. Con la mia compagna di stanza ce li guardavamo a vicenda quei pochi momenti in cui si aveva bisogno di andare in bagno, non si poteva nemmeno uscire dalla stanza, «rientrate dentro! C’è una positiva in reparto». Potevi fare su e giù tra un letto e l’altro. Fuori dalla finestra c’erano le strisce pedonali e un museo, io e lui in braccio guardavamo fuori, contando i minuti che ci separavano dall’andare a casa. Poteva succedere anche a me, avrei potuto chiudere gli occhi anche io. Federica Palermo

Il mio ricovero di tre giorni rappresenta i tre giorni più brutti e bui della mia vita: primo figlio, pieno covid per cui nessuna visita ammessa mai, partorisco la sera e la notte stessa me lo portano in stanza per allattarlo,non avevo latte, non l’ho mai avuto per tutti e tre i giorni e mi obbligavano a poppate ogni ora dicendomi che se non mangiava da me e non prendeva peso il bimbo, non mi avrebbero mai mandata a casa. Primo parto, da sola, totalmente spaesata, 4 ore dopo il parto mi sono sentita addosso una pressione indescrivibile. Ho cominciato a pensare che non ero la madre giusta per quel bambino, che non andavo bene perché «tutte allattano» e se non riuscivo ero incapace, sbagliata. Mi lasciavano il bimbo in stanza e se passavano per la visita e mi trovavano con il bimbo in braccio mi veniva detto che non andava bene, va lasciato nella sua culla, va tenuto in braccio solo per mangiare. Quando invece in tutto quel malessere volevo cominciare a conoscere quello che per 9 mesi stava dentro di me e che avevo tanto voluto, desiderato, sognato. Invece mi sono sentita sbagliata anche nel voler vedere come fosse fatto quel piccolino, che profumo avesse. Un incubo.

Otto anni fa,la gravidanza procedeva benissimo a 36 settimane è insorta la gestosi,ricoverata. Continuavano a dirmi che il bimbo era in sofferenza,che dormiva troppo in utero,che dovevano farlo nascere. Sono stata ricoverata di venerdì,sabato e domenica non hanno fatto niente,se non tentare di abbassarmi la pressione. Lunedì hanno cominciato con una dose di due di induzione,la seconda dose non me l’hanno fatta, perché il medico aveva un parto. Il martedì hanno rifatto l’induzione. Niente. Il mercoledì hanno riprovato questa volta con fettuccia. Niente. Giovedì notte senza contrazioni o dilatazione si sono rotte le acque..io non dormivo già da giorni per la paura e l ‘ansia . Venerdì sera alle 19 mi hanno fatto il cesareo. Il bambino stava bene. L’ho visto dopo il cesareo alle 21.30,lavato e preparato dal papà..che alle 10 è tornato a casa. Io dopo il cesareo con catetere,anestesia spinale e convulsioni non riuscivo ovviamente ad alzarmi. Alle 4 di notte l’infermiera del nido ha portato il bambino per attaccarlo,io non riuscivo neanche ad alzarmi ,non mi hanno detto come fare,niente. Il bambino non si attaccava , io non avevo latte,la montata lattea non era arrivata. Il bambino è stato 3 giorni senza latte, dopo gli è stato dato l’artificiale e io sono stata dimessa il giorno dopo. Mi sono sentita inadeguata,e sicuramente avevo un po’ di depressione post partum. La prima cosa che ho fatto dopo essere stata dimessa è stato andare al supermercato a prendere il latte. Sono ancora molto segnata da questa esperienza..e uno dei motivi per cui probabilmente non farò altri figli è questo. Dovremmo chiamare le cose con il loro nome: violenza ostetrica. Tutto questo in provincia di Venezia. Pamela

Ospedale in provincia di Torino. Parto non proprio filato liscio, non mi dilatavo, il medico mi diceva che non mi impegnavo abbastanza. Dopo la nottata di travaglio e diverse manovre sulla pancia per spostare la bimba che era troppo sul fianco si sono preparati con ventosa ed episiotomia (senza permesso ovviamente) ma non hanno fatto in tempo perché per la disperazione ho spinto così forte da “strappare” tutto da sola. Lacerazione di terzo grado, tanti punti, tanto sangue perso per cui sono svenuta. Ma il bello doveva ancora iniziare. Le operatrici del nido erano, per usare un termine avvincente, spietate. Io confusa, stanca e dolorante, con la montata che non arrivava perché la piccola non riusciva ad attaccarsi bene. Chiedevo aiuto per riuscire a capire come allattare e finivo nelle beghe tra le operatrici: «ma quella collega ti ha detto di fare così? Ma non ascoltarla!» «Eh no, è quell’altra che non capisce niente, ascolta me!». E intanto niente funzionava. Mia figlia piangeva di continuo, giorno e notte, aveva fame, ma di darle latte in polvere non se ne parlava. Dopo due giorni dal parto, visto che ancora non ero riuscita a farmi neanche un bidè, chiesi di tenerla al nido per farmi una doccia, per quanto i punti mi permettessero di muovermi. Avevo appena finito di insaponarmi che me la lasciarono fuori dalla porta del bagno: «Signora, la bambina piange, ha fame». Io ero sempre più disperata e demoralizzata. Ma la chicca finale fu quando chiesi di darle almeno un pochino di latte artificiale affinché non piangesse nel viaggio di ritorno a casa: mi chiesero quanti chilometri avremmo dovuto fare. Inutile dire che arrivata a casa le diedi subito il latte in polvere, sentendomi però in colpa, cosa che a volte provo ancora adesso, la vergogna di non essere riuscita. Non avrei voluto iniziare così. Valentina

Ho partorito il primo figlio a Palermo. Era il 2010, 26 ore di travaglio da sola, tra sala d’attesa e sala travaglio dove non hanno fatto entrare nessuno dei miei parenti, ogni tanto entrava un ostetrica che puzzava di sigaretta, controllava in mezzo alle mie gambe, si innervosiva che non avessi dilatazione e andava via. Finché non arriva l’ora di entrare in sala parto, mi ritrovo legata al letto per le caviglie, non capisco il perché, li supplico di slegarmi perché quella posizione obbligata mi provocava i crampi alle anche, nessuno mi rispondeva, delle nome persone che avevo di fronte nessuno è stato in grado di dirmi qualcosa. Le nove persone erano l’ostetrica, l’anestesista e il resto tirocinanti che assistevano al mio parto senza che nessuno mi avesse avvertita che avrei avuto un pubblico così vasto, non mi sarei opposta, ma almeno saperlo in anticipo. L’ostetrica sempre più nervosa perché non ero abbastanza dilatata, senza avvisarmi o quantomeno prepararmi un attimo mi pratica l’episiotomia e credo di essere morta in quel momento, mi è sembrata una violenza su una violenza, non bastavano le caviglie legate? Riesco a partorire, mi metto a tremare come una foglia, talmente forte che il letto si muoveva, l’anestesista mi copre com delle coperte,mi dice che sono stata brava, che il tremore era l’adrenalina, che mi avevano legata perché la quindicenne che aveva partorito prima di me era scesa dal letto per andare a cercare la madre, da qui l’idea di legarla e di legare anche me e chissà quante altre, pur di non avere contrattempi. Arrivo in stanza alle 8 del mattino, per tutto il giorno nessuno è venuto a controllarmi, io sotto shock che non connettevo, guardavo mio figlio e pensavo «ma chi lo deve accudire?». Mia suocera nell’arco della giornata è andata non so quante volte alla ricerca di infermieri dicendo loro che stavo male, la risposta era sempre la stessa, adesso non possiamo! Alle 22 passate entra un’infermiera in stanza, sbuffa ed esordisce così: «Tua madre (ovvero mia suocera) sono ore che rompe le palle, sembra che hai partorito solo tu!». Tira via il lenzuolo ed ero letteralmente in una pozza di sangue, ero andata in emorragia nella totale indifferenza di tutti. Mi hanno detto che sono stata ricoverata per tre giorni, io non li ricordo, non ricordo di aver allattato, tenuto in braccio mio figlio, ho rimosso tutto perché ero sotto shock e tutto quello che è successo lo ricordo come dei flashback... Ci ho messo 10 anni a fare il secondo figlio, questa volta ho partorito in Germania e nonostante le difficoltà linguistiche non ho avuto nessun problema, mi sono sentita accudita fisicamente e psicologicamente e per tutto il tempo non ho fatto che pensare all’esperienza a Palermo e di come mi abbia segnata. Col senno di poi so che avrei dovuto denunciare. Ma Palermo non è proprio la terra della giustizia e sono stata zitta conscia che molte altre donne avranno subito negli anni le stesse violenze, la stesse negligenze e le stesse ingiustizie che ho subito io.

Ho partorito dopo 12 ore di travaglio e due giorni di induzione. Poco dopo la nascita della bimba me l’hanno portata e messa in braccio dicendo che dovevo allattarla, senza dirmi come. E infatti la mia bambina non si attaccava e così è stato per tre giorni in cui ha pianto ininterrottamente per la fame. Io ero sola (il mio compagno poteva venire solo due ore il pomeriggio) e non dormivo da quattro giorni e non mangiavo da due tra i dolori e le varie induzioni ormonali. Una puericultrice una mattina ha preso la bimba per fare le visite di routine, e poco dopo è tornata in stanza dicendomi che non avevo messo il pannolino alla bimba, apostrofandomi con «ma ti rendi conto di cosa hai fatto?», davanti alle altre madri della stanza, come se fossi la peggiore madre della terra. In quel momento mi sono sentita davvero sola e persa.

Mia figlia ha sei mesi oggi, e fino a ieri ho sempre pensato di aver avuto un’esperienza di parto e degenza abbastanza positiva. Oggi all’improvviso mi rendo conto che sono caduta anche io nella trappola e ripensandoci lucidamente no, non è andata così bene. Ho partorito a Milano. Ricoverata con covid in isolamento e con tre tracciati al giorno perché ero alla 33esima settimana e non avevo più liquido. Isolamento vero, nessuno veniva mai nella mia stanza se non per i tracciati. Al campanello non rispondeva quasi mai nessuno, ad un certo punto ho chiesto un aiuto psicologico da parte dell’ospedale perché ero veramente a pezzi tra preoccupazione per la sofferenza della bambina e isolamento. Mi è stato detto che avrebbero provato a cercare qualcuno ma non garantivano. Sono arrivati due specializzandi psicologi (penso) due giorni dopo. A 35 settimane mi negativizzo e partorisco con tc programmato. Vedo la bambina solo un istante, la portano in patologia. Mio marito entra a parto finito per dieci minuti, resta con me un’ora e poi deve andare via (protocollo covid). Io rimango in una stanza di passaggio, da sola, per tre ore, senza nessuno che venisse a prendermi né a dirmi niente. Alla fine mi portano in stanza, avevo ancora le calze antitrombo sporche di sangue fino alle caviglie, chiedo di cambiarle, mi dicono che non ne hanno più e che me le deve portare mio marito. Resto con quelle calze luride fino al pomeriggio successivo (dato che mio marito può venire a trovarmi solo per un’ora al giorno). Vedo la bambina dopo 14 ore dopo mille insistenze, ma nessuno mi accompagna da lei in patologia (altro reparto situato in un altro piano dell’ospedale) perché non c’erano infermiere libere. Quindi io con flebo attaccata e rischiando il collasso dopo 14 ore dal cesareo, mi trascino per tutto l’ospedale pur di andare a vedere la bambina a mezzanotte. L’ostetrica seduta al pc mi guarda uscire dalla stanza in quelle condizioni e mi dice: «Se svieni sono fatti tuoi». Mio marito non vedrà sua figlia per i successivi 19 giorni (protocollo covid) perché ricoverata in patologia neonatale (stava bene doveva solo prendere peso). È tutto sbagliato, qualcuno deve intervenire.

Ho volutamente scelto di non aderire al rooming in proposto da un ospedale di Milano (uno dei primi 30 anni fa in città) con grande sorpresa delle ostetriche, in quanto consapevole che non sarei stata in grado di gestire i miei due figli in ospedale (nati con 5 anni di differenza) dopo il parto entrambi nati naturalmente. Dormire è sempre stata una priorità per riprendere le forze soprattutto perché non potevo contare su una rete di accudimento parietale ( causa trasferimento da un’altra città) tornata a casa. Al primo parto ho rischiato le trasfusioni e sono dovuta stare a letto due giorni con accompagnamento al bagno da parte degli operatori sanitari. Al secondo parto ero l’unica che aveva partorito naturalmente e ho aiutato le altre tre mamme presenti nella mia stanza tutte allettate per cesareo o parti prematuri. La stanchezza fisica e psicologica è notevole soprattutto se il parto è difficile e lungo e non si può prevedere ; se ciò accade il personale del reparto lo deve sapere e offrire tutto il supporto necessario in qualsiasi caso di scelta (rooming in o no). Nel caso di Roma si tratta di negligenza e va perseguita. Margherita Toffolon

Potevo essere io. Perché di figli al Pertini ne ho fatti due, due cesarei. Ho affrontato l’obbligo di alzarmi da subito per prendere i neonati dalla culla, allattarli e cambiarli con gli addominali appena tagliati e ricuciti, senza nessun aiuto, senza nessuna spiegazione. Il primo cesareo è arrivato d’urgenza dopo 24 ore già senza dormire. Il ricordo che mi è rimasto di quel momento così importante della mia vita è il dolore fisico, la stanchezza, la solitudine, il senso di inadeguatezza. Dopo il secondo cesareo sono stata dimessa solo 36 ore dopo, sono uscita piegata in due e con 39 di febbre, ma almeno a casa avevo mio marito e mia madre ad aiutarmi. Esiste un ministro della famiglia: perché non legge queste testimonianze? Magari capirebbe uno dei tanti motivi perché in Italia i bimbi non si fanno più.

Sono incazzata a morte. Perché ci sono passata. Dal rooming in senza aiuto dopo ore di travaglio e un parto molto traumatico. Dal ginecologo che ti taglia senza dirti cosa sta facendo. Dallo scoprire solo grazie a un’amica che esiste la possibilità di fare riabilitazione del perineo per smettere di avere perdite di urina. Dal pediatra che «È figlio suo, se non lo sa lei perché piange...!» Poteva tranquillamente succedere a me. Non è successo perché mio figlio ha dormito per 24 ore dopo il parto permettendomi di riprendere le forze e perché dopo si è subito attaccato bene al seno e la mia montata è coincisa con la sua fame. Non per il supporto avuto dal personale sanitario.

Ho partorito nel 2011. Parto indotto il sabato sera, entrata in sala parto la domenica mattina. Mio figlio è nato all’una del lunedì. Nel mezzo quattro epidurali, una dilatazione che non avveniva e tanta ossitocina. É stato un parto fisicamente impegnativo, per le tante ore trascorse nel dolore e per un’espulsione difficile. Stremata, con molti punti, flebo varie attaccate, sono tornata in camera intorno alle 3 di notte e alle 7 mi portavano già mio figlio. Risposo 0. Ma ancora dovevo conoscere la violenza ostetrica, quando le infermiere mi spronavano ad allattare, e mentre io chiedevo aiuto, perché non mi veniva naturale come dicevano, perché ho il capezzolo piatto, mi rispondevano: «Signora lo attacchi e basta!». Quando la prima notte sono riuscita ad attaccarlo al seno, anch’io sono crollata e ho dormito con il mio bambino tra le braccia, nessuno è venuto a controllare. Potevo essere io.

Ospedale blasonato di Milano, anno 2021. Parto andato sostanzialmente bene, induzione la sera prima e poi 5-6 ore di travaglio. Non fosse per un medico ginecologo che si credeva chissà chi, prendeva in giro me perché il giorno prima avevo chiesto un cesareo e una camera singola, e prendeva in giro mio marito perché portava una polo di un noto, ma normalissimo brand (quindi?? che senso hanno certi commenti in sala parto?). Quando nasce Ludovica esulta come se avesse fatto goal a una partita di calcio, mah... Ecco, come premesso a parte questo fila tutto liscio. Il paradossale è avvenuto subito dopo, con le puericultrici del reparto nido. Non si presentavano mai in camera per una ricognizione. Quanto le chiamavo all’interfono per un supporto all’allattamento, più di una volta hanno risposto: «Ma perché chiama noi?». Ho chiesto che mi facessero vedere come cambiare il pannolino e fare un breve lavaggio alla bimba (prima figlia e io sono orfana di madre), l’hanno presa tipo ceppo di insalata e sparata sotto l’acqua fredda del lavandino. Ludovica all’inzio non si attaccava al seno e non volevano darmi l’artificiale, le hanno fatto perdere un bel po’ di peso. Una volta all’interfono chiamano e si dimenticano di riagganciare: sono stata almeno 10 minuti a sentire i loro pettegolezzi e il loro far niente a poche stanze di distanza... . Insomma, alla fine si è risolto tutto con la mia lucidità e praticità nel far fronte alla situazione, voto zero al reparto nido di questo ospedale tanto blasonato e ricercato. PS: Poi ho allattato fino ai 15 mesi, ma senza che queste persone mi siano state minimamente d’aiuto.

Io non ho subito violenza ostetrica solo perché sono molto amica del mio ginecologo, che lavora in ospedale. È solo grazie a lui che sono riuscita ad ottenere l’epidurale per entrambi i miei parti, nonostante le ostetriche mi dicessero che non era possibile per carenza di anestesisti. Guarda caso come il mio medico è intervenuto gli anestesisti sono comparsi. È assurdo che mi sia stato garantito un mio diritto solo perché «raccomandata». Ad altre donne la parto analgesia è stata negata. Ho notato che la violenza ostetrica è pure razzista: donne africane o indiane o arabe venivano sistematicamente trattate peggio delle italiane.

Anno 2018, ospedale di Roma. Rooming in con taglio cesareo appena ricucito e dolori interni di utero che si contraeva. Sola in stanza (il papà poteva essere presente solo un'ora dalle 19 alle 20). Lei che piangeva ininterrottamente perché aveva fame. Un’ostetrica che per aiutarmi entra e mi strizza i capezzoli introflessi per farli uscire fuori per 15 minuti che dal dolore stavo per svenire, e lei irritata.... Ho passato la notte più brutta della mia vita, senza riuscire ad alzarmi, con la bimba che piangeva ininterrottamente. Io sola in stanza, spaventata non sapevo cosa dovevo fare. Nessuno mi aveva preparata. Piangevo anche io. Alle 5 riesco ad alzarmi per chiamare aiuto. Due ostetriche vengono verso di me e mi scoppiano a ridere in faccia dicendo: «Cosa ti aspettavi, non c’è niente che non va, benvenuta nel mondo della maternità». Io sono ancora traumatizzata, mi sono sentita sbagliata, non all’altezza, derisa, umiliata... oltre che spaventata e dolorante... è stato orribile.

Alla prima figlia, in ospedale di notte, non riuscivo a farla smettere di piangere, un’ostetrica si avvicina e mi dice di mettermela accanto. Io terrorizzata dall’addormentarmi (ero distrutta dopo il cesareo causa dolori e assenza di sonno) non voglio farlo ma lei insiste dicendo: «Tranquilla che le mamme si accorgono e sentono tutto». Potevo essere io .

Milano, 2013, primo figlio, gravidanza ok, decido di prendere un’ostetrica privata (800 euro in nero) perché mi faceva stare più tranquilla. Lei paladina del parto naturale, io boh, sapevo solo che non volevo soffrire. Travaglio infinito (solo in posizione a carponi perché così ti dilati meglio) lui in posizione anomala, io vomito, diarrea, mi dilato, chiedo pietà, ma ormai sei troppo dilatata e l’epidurale non si può fare. Sofferenza fetale, la sala si riempie di medici, tre manovre di Kristeller, forcipe e ventosa, breve rianimazione… e benvenuto Pietro. Io piena di punti (con conseguente infezione e allettamento con antibiotici)e zero montata lattea, vagavo di notte nei corridoi con lui in braccio che piangeva e piangeva e io pregavo di non svenire dalla stanchezza. Mi hanno sgridata e fatta tornare in camera. Sipario.

Secondo figlio, tra le poche fortunate che ha le forze di andare a fare la doccia il giorno dopo il parto. Bagno in corridoio naturalmente non in stanza. Busso al nido e domando: «Posso lasciarlo mentre vado a fare la doccia?». Risposta: «No signora, come farà a casa? Se lo porti». La mia compagna di stanza si è offerta di tenersi accanto anche il mio bambino.

A maggio ho partorito la mia seconda bambina in ospedale a Urbino. Subito dopo il parto mi hanno portato la bimba in camera nella macchina della fototerapia perché aveva sviluppato l’ittero neonatale e mi hanno detto di stare attenta perché poteva ustionarsi, questo sia di notte che di giorno. Al terzo giorno ho chiesto alle infermiere se potevano portarla al nido perché erano tre notti che non dormivo per controllare che non ci fosse qualche problema. Si sono rifiutate. Allora ho chiesto di parlare con il medico di turno e gli ho raccontato che ero stravolta e non ce la facevo più. Solo così se la sono presa e portata al nido. Non si può lasciare una donna che ha appena partorito con una bambina bisognosa di cure nella fototerapia. Non ero lucida, ero spaventata per la bambina ed ero completamente sola.

Siamo neomamme di Torino e provincia e abbiamo partorito in diversi ospedali del territorio. Le mandiamo le nostre testimonianze attraverso brevi dichiarazioni che non nascondono un aspetto della narrazione sulla maternità che di solito si tace. Soprattutto sentiamo di doverlo fare in risposta al servizio del giornale radio di Radio 2 del 23/01/2023 alle 8:30. Nel citato servizio, si parlava della tragedia in oggetto in una maniera totalmente errata e questo ha generato dolore, rabbia e nausea in ognuna di noi. Il giornalista ha descritto come scorretto il comportamento della donna che non si sarebbe attenuta alle «rigide regole» che vigono sull’allattamento e cioè che i bambini vanno allattati da sedute e mai tenuti insieme nel proprio letto. Questo è totalmente falso. I corsi pre parto e le ostetriche incoraggiano senza mezze misure il contatto pelle-pelle perché fondamentale per la crescita emotiva del piccolo e perché è considerato la base di un sano rapporto madre figlio e della buona partenza dell’allattamento. Questo viene ribadito così tante volte che le neo mamme spesso si sentono in colpa o perse se per un motivo o per un altro questo non può avvenire, così come è capitato a me che non ho potuto averlo con me per delle complicazioni che hanno reso necessario il ricovero in terapia intensiva del mio piccolo Raul. Sembra strano a non passarci, ma in un momento così delicato, in cui stanchezza, paure, ormoni, fatica, dolore e spaesamento si sommano e convivono (eh già, non di solo romantica gioia è fatta la maternità), l’idea di non dare al proprio figlio, forgiato e cresciuto fino a quel momento con cura, amore, pazienza e sacrificio, il calore, l’odore e il contatto che gli servono per sentirsi amato e diventare un adulto stabile è in grado di gettare una madre nel baratro dell’angoscia. Sarebbe in grado di sopportare di tutto pur di dare al/la propri@ bimb@ questa possibilità. Inoltre, nell’elenco delle posizioni per l’allattamento è presente la posizione sdraiata ed è spiegata e trasmessa come valida nei corsi pre parto. D’altronde, dove si dovrebbe poi allattare da sedute? Su sedie senza braccioli, scomode e spesso non presenti nelle stanze d’ospedale? Per ragguagliare chiunque non lo sapesse, di sicuro il giornalista di Radio 2 del servizio di ieri, con un bimbo appena nato ci possono volere da trenta minuti a un’ora per allattare e questo avviene circa ogni due ore. Così, giusto per dare l’idea. E come ci si arriva su una sedia da un letto, con dolore, punti, ferite e un bambino tra le braccia che non tiene su la testa da solo, se nessuno ti aiuta? Perché l’alternativa è sedersi sul letto, correndo così il pericolo di addormentarsi comunque e mettere a rischio il bambino di cadere a terra se le braccia non dovessero reggere. Quindi no. Non c’è un insieme di regole rigide sull’allattamento e le indicazioni che ci sono, spesso contraddittorie, raccontano quasi sempre dell’importanza di un contatto molto prolungato, preferibilmente ininterrotto. Qui non stiamo dicendo che ostetriche e infermiere/i non siano validi e non facciano il proprio lavoro con giudizio e amore, spesso si incontrano persone splendide e professioniste affidabili, ma che sono troppo poche/i rispetto al numero di partorienti e di bambini, che il sistema non dovrebbe prevedere che le neo mamme siano sole per due o tre giorni dopo un parto. Qui stiamo dicendo che le misure contenitive del covid hanno anche previsto erroneamente, secondo noi, l’allontanamento di padri e famiglie facendo dei danni enormi per la serenità e la salute di donne e bambini e che, in ogni caso, anche la donna che partorisce sola, deve essere tutelata dal sistema sanitario. Qui stiamo dicendo che messaggi come quello errato e colpevolizzante passato per radio non sono più accettabili, qui stiamo dicendo che è nostro diritto continuare ad essere considerate degli esseri umani e non essere abbandonate con i nostri figli. Valentina e Raul

Ho partorito due gemellini, a giugno 2022 e quei 5 giorni post partum sono stati i peggiori della mia vita. Avrei dovuto essere felice, invece ero stanca, esausta e sola. Un senso di inadeguatezza infinito. Due bambini tra le braccia e io piena di paure, domande, dubbi... e stanca, esausta. Non dormivo, avevo paura di perderli di vista. Non c’era nessuno che li guardava tranne me. Non avevo il tempo per lavarmi, mangiavo quando potevo, e spesso con loro in braccio. Ho chiesto supporto psicologico e niente di ciò che raccontavo ha stupito la dottoressa. Tutti sanno. Noi soffriamo. Ho chiesto le dimissioni per sentirmi salva e aiutata. Lì dentro stavo crollando. Sono uscita finalmente e mi sono sentita mamma. Alessandra, Arianna e Francesco

Sono una mamma fortunata. Scrivo tenendo il mio bambino addormentato addosso. Ha avuto un incubo e io l’ho consolato. Sono una mamma fortunata perché il mio bambino è sano ed è vivo. Ma sarebbe potuta andare diversamente. Come ogni donna nel post parto sono stata lasciata da sola con il mio bambino sia di giorno che di notte. Le puericultrici passavano la mattina a pesare il bambino e a medicare il cordone. Passava anche un’infermiera a prendere temperatura e saturazione a noi mamme - questo avveniva sia di giorno sia di notte. Passava il pediatra a visitare il piccolo e una volta al giorno passava una signora per chiedere cosa volessimo per pranzo e cena. Le ostetriche passavano a controllare l’attacco al seno del bambino e accorrevano quando chiamate. Ricordo che non vedevo l’ora di essere dimessa per tornare a casa e poter dormire. In ospedale farlo è quasi impossibile, soprattutto se ci sono bambini che piangono oltre il tuo e mamme in travaglio nelle stanze vicine. La privazione di sonno è terribile. Ricordo una profonda stanchezza e un senso estremo di solitudine. Cercavo di fare del mio meglio per stare accanto al mio bambino, allattarlo tutte le volte che desiderava e tenerlo il più vicino possibile. Così mi avevano spiegato di dover fare al corso preparto: allattarlo a richiesta e tenerlo come me nel letto di notte. E così ho fatto. Anche se facevo fatica a stare in piedi e a camminare per i punti del cesareo. Anche se non mangiavo da 36 ore e forse non ero lucidissima. Anche se non avevo, come tutte le altre mamme, nemmeno la possibilità di vedere il mio compagno per qualche minuto al giorno e ricevere un abbraccio, un aiuto o un po’ di sostegno, fosse anche solo l’occasione per fare pipì o mangiare qualcosa senza il mio bimbo in braccio. E la verità è che sono stata fortunata. Sarebbe potuto succedere anche a me di addormentarmi e di schiacciare il mio piccolo. Sabrina Zanini 31 anni Vittorio Milo 11 mesi

Ho partorito a gennaio 2022, durante una delle ennesime chiusure dovute al covid, con cesareo d’urgenza. Sono stata ricoverata il giorno precedente, e sono stata operata dopo una notte insonne e una giornata a digiuno, passati completamente sola. Per fortuna il parto è avvenuto in serata per cui la prima notte la mia bimba è stata tenuta al nido, notte in cui comunque non ho dormito per l’adrenalina e per la preoccupazione di averla lontana. Sì perché al corso preparto le ostetriche ci hanno spiegato molto bene l’importanza di quei primi momenti, che dovrebbero essere così romantici, lo skin to skin, il non separarsi mai dal propri3 bambin3 perché se no non si crea il legame e l’allattamento ne risente. Ecco quindi che quando finalmente me l’hanno portata in camera, nonostante la flebo, la cicatrice, i dolori, l’anemia e la stanchezza non ho nemmeno pensato che chiedere di riportarla al nido per le notti successive potesse anche solo essere una possibilità. Ho sofferto e mi sono presa cura di lei, sempre da sola, perché in quel momento era quello che pensavo fosse giusto, quello che ci si aspetta da una mamma, quello che per tutti i mesi precedenti mi è stato detto, in primis dalle ostetriche del corso preparto. Non ho molti ricordi del primo giorno passato insieme a lei, ero completamente stordita da emozioni e stanchezza. Dopo essere stata sgridata da un’infermiera perché non avevo cambiato il pannolino quasi per tutto il giorno ho capito che non ero lucida, che in quello stato non potevo prendermi cura di lei come avrei dovuto. E allora al posto di chiedere aiuto mi sono fatta togliere la flebo, preferendo il dolore alla paura di farle del male. Per tre giorni sempre sole in stanza, io e lei, in un letto singolo, alto e senza sponde, con una cicatrice dolorante che mi limitava i movimenti, gli accessi venosi, la pressione bassissima e tutta l’insicurezza che contraddistingue quei primi momenti. In quei giorni nessuno si è mai offerto di tenerla per farmi riposare, per permettermi di lavarmi o andare in bagno con calma, o mangiare per rimettermi in forze. Alla mia unica “lamentela” per il mio stato di forte debolezza la risposta è stata: «Faccia attenzione a non fare cadere la bambina». Lucrezia e Margherita

Sono certa che la notizia del bimbo morto a tre giorni di vita tra le braccia della mamma in un letto di ospedale abbia scosso chiunque, e penetrato in maniera violenta nei ricordi di ogni mamma che abbia vissuto quei delicati giorni dopo il parto. Per me è stato così, mi salgono le lacrime agli occhi ogni volta che penso a quella tragedia. E provo molta rabbia quando leggo certi articoli, un giornalismo approssimativo e irrispettoso. Ho tre figli, ho partorito tre volte in ospedale, in due ospedali diversi, due corsi pre-parto diversi. Ho la grande fortuna di ricordare quei giorni in ospedale, dopo la nascita dei miei figli, come un qualcosa di magico, stupendo, irripetibile, ma perché stavo bene, ero serena e molto positiva. E sicuramente anche un po’ ingenua e incosciente. Mi dicevano di tenere il/la bimbo/a attaccato/a al seno il più possibile, anche di notte, e mi sentivo serena nel farlo. Sono stata informata del rischio Sids, ma non mi è mai stato detto di alzarmi dal letto per allattare. La mia paura era che mi cadesse per terra il bimbo, addormentandomi, e per questo ho fatto presente all’ultimo ospedale in cui ho partorito, eccellenza della Regione Piemonte, che i letti dovrebbero avere le paratie laterali, le classiche dei letti d’ospedale, non c’erano. Come tante mamme in questi giorni, posso urlare a gran voce: «Poteva succedere anche a me». E aggiungo che trovo totalmente inadeguati e sbilanciati i cosiddetti corsi pre-parto, concentrati appunto su ciò che avviene prima: il travaglio, le varie fasi fino alla nascita, e poi promozione dell’allattamento ad ogni costo, fine. Di cosa farsene di quell’esserino indifeso che ti mettono tra le braccia... di come fare, almeno in quei primi complicati 40 giorni di vita del proprio figlio, viene detto poco o niente, a meno di poter investire in professionisti privati (un investimento economico non da poco, chi ci è passato lo sa bene). Altro che procedure, regole e protocolli, si improvvisa, si spera di trovare un pediatra che risponda al telefono, si spera di stare bene e di essere sereni, di avere un minimo di rete di supporto intorno a sé. Ma la speranza qui dovrebbe avere un ruolo ben diverso. Alice e Camilla, Dante e Anita

Sono entrata in ospedale alle 8.30 della domenica mattina con le acque rotte e ho partorito alle 3.43 del mattino seguente. Dopo due ore di contatto a pelle, sono tornata in camera alle 5.45 e 15 minuti dopo hanno portato anche mia figlia in camera. A quell’ora comincia la normale routine da ospedale (infermiere, colazione, pulizia stanze, cambio medicazioni,..). Non sono riuscita a chiudere gli occhi tutto il giorno, se non qualche minuto sparso, interrotto dalla visita di un’ostetrica, oppure un’infermiera burbera che mi chiedeva se la bambina si era attaccata. La notte è stata nuovamente burrascosa perché la bambina non riusciva a mangiare: si attaccava, ma probabilmente non riusciva a tirare bene; dopo poco si stancava, provavo a metterla nella culletta e lei si svegliava dopo pochissimo chiedendo di mangiare; anche la seconda notte è quindi passata in bianco. Piangendo, mi sono rivolta alle infermiere del nido che mi hanno dato un biberon per la piccola, permettendole di saziarsi. Sono quindi crollata un paio di ore, durante le quali ero talmente stanca che non mi sono resa conto che la bambina piangeva disperata, ma è stata la mia vicina di letto a svegliarmi per farmene rendere conto. Io sono solo stata fortunata. Elisa e Diana

G. è nata a Torino il 6 gennaio 2023. Peso alla nascita: 3240 grammi. Prima di allora non avevo un’idea ben precisa di cosa mi sarebbe aspettato dopo il parto. Ero talmente concentrata su quell’evento che lo ritenevo il più difficile da affrontare. Ma, ahimè la parte più complicata dovevo ancora viverla in ospedale. Faccio una piccola premessa. Prima del 6 gennaio non sapevo se avrei nutrito mia figlia con latte artificiale o con allattamento al seno. Non ho mai avuto pregiudizi al riguardo ed ero pronta ad affrontare l’argomento con estrema serenità. Ma fino a quel momento non ci avevo mai pensato più di tanto. Il mio unico pensiero era il parto a cui mi sono preparata molto. I due mesi precedenti ho seguito corsi, ho svolto esercizi respiratori, ho ascoltato musica rilassante, praticato mindfulness e ciò mi ha aiutato ad affrontare con sicurezza e serenità il parto. G. è nata con parto naturale ed è stata un’esperienza molto positiva, complice la buona sorte, ma anche la mia adeguata preparazione fisica e psicologica. E il post parto? Nessuna preparazione da parte mia, complice anche una scarsa attenzione da parte delle strutture pubbliche e private a dare il giusto peso a questo evento. Dopo la nascita di G. sono stata travolta da una sconvolgente felicità, ma anche da una estrema stanchezza. Poco dopo aver partorito mi hanno portato in stanza e poche ore dopo è arrivata anche la mia amata bambina. La stanza era da me condivisa assieme ad altre due neomamme che avevano avuto due esperienze ben diverse dalle mie: due cesarei, di cui un bambino in terapia intensiva. Come potevo sentirmi sola e inadeguata quando ero l’unica mamma ad avere avuto una fortuna simile? Avevo la possibilità di godermi mia figlia 24 ore su 24 e stavamo entrambe bene. Nonostante l’immensa gioia e gratitudine che provavo mi sentivo anche impreparata e spaventata, essendo la mia prima esperienza, soprattutto perché l’unica cosa di cui mi sentivo estremamente sicura di poterle donarle era l’amore che nutrivo per lei. Quella notte l’abbiamo trascorsa coccolandoci e dormendo tanto. Secondo giorno di vita di G. e post parto: G. ha avuto un calo ponderale di 320 grammi (-9,8%). La pediatra che l’ha visitata in seconda giornata mi ha controllato l’attaccamento al seno dicendomi che era buono ma suggerendomi che dovevamo impegnarci di più. In quella occasione mi ha anche proposto una dose di integrazione di latte artificiale ma solo a mia richiesta: avremmo dovuto trascorrere le prossime ore con impegno massimo per far arrivare più latte possibile ed aumentare così il peso per favorire le dimissioni il giorno seguente. Quel giorno io e G. abbiamo preso alla lettera le parole della pediatra e non ci siamo mai fermate: ci abbiamo messo tutta la buona volontà del mondo e siamo rimaste attaccate allo sfinimento per 24 ore ma lasciate completamente a noi stesse. Nonostante la nostra perseveranza infatti eravamo completamente impreparate ad affrontare quella giornata con consapevolezza e autocontrollo e quindi lo abbiamo fatto “a nostro modo”, seguendo l’istinto. Così facendo non abbiamo dormito, non abbiamo fatto pause; io ho anche pranzato velocemente, bevendo poco, cercando di non sentire i dolori del post parto. Ma avevamo un unico obiettivo: prendere peso, e poter uscire il giorno seguente iniziando la nostra nuova vita assieme. Quel giorno mio marito è passato in ospedale nel pomeriggio ma ricordo di non averlo quasi guardato perché il mio obiettivo era quello di continuare ad impegnarmi con l’allattamento per far prendere il giusto peso a G. Il giorno prima ci eravamo impigrite troppo e quindi dovevamo recuperare non pensando ad altro. Nonostante la stanchezza quel giorno non ho richiesto aiuto come avrei dovuto e voluto. Pensavo di potercela fare da sola. Pensavo che io e G. saremmo riuscite nella nostra impresa. Alla sera, dopo una giornata di sfinimento, ricordo che è passata un’ostetrica e senza chiedermi nulla mi ha lasciato sul comodino una dose di latte artificiale. Ho chiesto come mai e lei mi disse che aveva letto nella mia cartella che avevo la dose di integrazione a richiesta. Infatti io non avevo chiesto proprio un bel niente. Nemmeno un aiuto di cui avevo davvero bisogno ma che nessuno era stato in grado di intercettare. Terzo giorno di vita di G. e post parto. Io e G.ci siamo svegliate felici sapendo che la nostra faticaccia del giorno seguente sarebbe servita a recuperare il peso perso e a tornare presto a casa. Ci aspettava solo un ultimo ostacolo: la visita al nido. Purtroppo dal controllo mi dicono che G. ha subito un ulteriore calo di 90 grammi, superando pertanto il cosiddetto calo fisiologico del 10 %. Questo significa addio dimissioni e necessità di integrazione di latte artificiale, non più a richiesta ma obbligatorio. Ricordo bene come mi sono sentita in quel momento. Tutta la stanchezza messa da parte, il dolore del post parto, le insicurezze e le fragilità si sono presentate tutte assieme in un solo attimo e sono scoppiata in lacrime davanti al personale sanitario. Mi sono sentita fragile e stupida ad aver pensato di potercela fare, di poter nutrire mia figlia al seno. Mi sono sentita sopraffatta dalla sofferenza. In quel momento però ho anche respirato, ho iniziato a guardare ciò che mi era capitato da fuori, e ho visto una nuova me. Una me più forte, che aveva superato le difficoltà del parto senza farsi scoraggiare, che aveva dato vita ad una nuova creatura di cui era responsabile e che doveva difendere a tutti i costi. È in quel momento che ho capito che non mi sarei arresa alla prima difficoltà ma che avrei ostinatamente provato a proseguire la strada che mia figlia aveva scelto per noi: la strada dell’allattamento al seno. In quel momento, al nido, dinnanzi al personale sanitario, ho fatto sentire la mia voce, dicendo che ero stanca, disperata, che non dormivo da giorni. Che mi ero sentita sola e non avevo ricevuto alcuna assistenza nel post parto. Che avevo erroneamente pensato di potercela fare da sola ma non è assolutamente vero, perché in quei momenti, anche se il parto è spontaneo si è estremamente vulnerabili e fragili e qualsiasi donna ha un bisogno disperato di aiuto, specie se è alla sua prima esperienza. Ho avuto il coraggio di alzare la voce e subito dopo ho ricevuto risposte e un piccolo sostegno da una consulente dell’allattamento che si trovata al nido. Costei, mi ha fatto fare anche la cosiddetta «doppia pesata», pratica che oggi si ritiene oramai obsoleta e che tra l’altro il giorno prima la pediatra mi aveva sconsigliato di fare. Dalla doppia pesata, durata nemmeno 10 minuti, è stata riscontrata la mancanza di latte (effettivamente avevo letto che nella prima settimana non c’è latte, ma colostro e che servono poche gocce per nutrire il neonato...ma lasciamo stare). In quel momento la mia razionalità mi porta a pensare di ascoltare ciò che mi dicono con la speranza di uscire al più presto da quell’ospedale. Quarto giorno di vita di G e post parto: in quel giorno è piombato sul mio comodino il latte artificiale non a richiesta ma imposto. Sei dosi giornaliere di latte artificiale che impropriamente vengono chiamate «integrazioni», ma che in realtà sostituiscono totalmente il fabbisogno naturale del neonato. Queste «integrazioni» mi sono state prescritte anche nella agenda della salute senza valutare la mia reale capacità di allattamento, facendomi sentire inadeguata e incapace di nutrire mia figlia. Fortunatamente dal quinto giorno siamo a casa. Qui tutto è diverso, più calmo, sereno. Abbiamo ritrovato la pace e la tranquillità persa in quegli ultimi giorni. I primi giorni non sono stati semplici perché le paure e le insicurezze si sono ripresentate ma con un sostegno esterno e con l’amore di mio marito tutto è andato bene. Mi ritengo semplicemente fortunata. Conclusione: Quando è nata G. si è da subito attaccata al seno, rendendomi semplice la scelta della sua nutrizione e guidandomi anche nel percorso dell’allattamento. Nonostante la sua estrema voracità e predisposizione naturale, ho avuto tuttavia molta difficoltà ad affrontare con serenità i giorni seguenti. Non sapevo in quale posizione mettermi, i punti del parto mi facevano male e mi impedivano di stare serenamente distesa a letto con la mia bimba. In più, pur avendo ricevuto qualche linea guida molto generica su come allattarla mi sentivo sola, soprattutto di notte, quando G. strillava ed io non sapevo cosa fare. Anche le esperienze attorno a me non hanno contribuito a motivarmi: la mancata assistenza al post parto è una realtà che ho vissuto in prima persona, ma che ho visto vivere anche a neomamme che hanno avuto esperienze di parto molto meno positive della mia. Quello che ho osservato da vicino è che da un lato viene sponsorizzato l’allattamento al seno, facendoti quasi sentire in colpa se non lo fai o non lo riesci a fare. Dall’altro canto, se decidi di procedere in questo percorso nella struttura ospedaliera pubblica sei lasciato completamente a te stesso, soprattutto se sei alla prima esperienza, quasi come se l’allattamento al seno fosse un evento naturale che non richiede alcuna preparazione né fisica né psicologica. Ma ciò non è assolutamente vero in quanto nelle ore successive al parto una donna è fortemente vulnerabile ed è sconvolta e ha bisogno di tutto il sostegno di questo mondo. S. e G.

Luisa, la newsletter de La27Ora

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